A mesi dalle tensioni belliche e con l’affermarsi di una leadership più intransigente, in Iran torna a farsi sentire una vecchia frattura sociale: quella sull’obbligo del velo per le donne. Lo racconta un ampio reportage della Cnn.
Durante i momenti più acuti dello scontro con gli Stati Uniti, non era raro vedere donne a capo scoperto persino alle manifestazioni pro-governative e nei servizi della tv di Stato: il governo e l’apparato di sicurezza avevano evidentemente altre urgenze.
Nelle ultime settimane, però, si è fatta più insistente la richiesta — da parte di ambienti religiosi e politici conservatori — di tornare a un giro di vite contro quella che definiscono “nudità in pubblico”. Molte donne continuano ad ignorare apertamente la regola, e le autorità, almeno per ora, sembrano esitare a intervenire con durezza, assorbite da priorità considerate più pressanti. Ciò non ha impedito ai media statali di dare ampio spazio a episodi di caffè e negozi chiusi per non aver fatto rispettare le norme sull’abbigliamento.
La Cnn ricorda come, quattro anni fa, il movimento “Donna, Vita, Libertà”, nato dopo la morte di Mahsa Amini, fermata perché ritenuta vestita in modo inadeguato, fu soffocato con violenza. Ma il suo effetto si è protratto nel tempo: nonostante gli ammonimenti e i controlli a campione, la disobbedienza alle regole ufficiali resta diffusa, in particolare tra le più giovani.
Non sono mancati casi eclatanti: a giugno la cantante Parastoo Ahmadi è stata condannata a 74 frustate e a un divieto di espatrio di due anni per essersi mostrata a spalle scoperte e capelli sciolti in una diretta streaming su YouTube. Ma gli esempi di donne che non si piegano alle campagne ufficiali restano numerosi.
In un momento segnato da conflitto e crisi economica, per molti iraniani la questione del velo appare una priorità fuori fuoco, e a quanto pare non è un’idea estranea nemmeno al presidente Masoud Pezeshkian. Commentando un’intervista rilasciata da un religioso conservatore, si è chiesto: “Si può davvero cambiare il comportamento delle persone attraverso le leggi?”. E ha raccontato di frequenti dissensi con la figlia su questo tema: “Significa che dovrei costringerla? Non si possono instillare convinzioni nelle persone con la forza”.
L’obbligo dell’hijab fu introdotto dopo la rivoluzione del 1979, in rottura con l’immagine femminile più laica e occidentalizzata promossa in epoca monarchica. L’articolo 638 del Codice penale islamico punisce le donne che compaiono in pubblico senza “hijab islamico”, pur senza definirne con esattezza i contorni.
Per ora, però, il regime procede con prudenza. “Per strada non osano ancora dire niente alla gente — ha raccontato per telefono alla Cnn una donna sulla sessantina, residente a Teheran. A Teheran le ragazze escono con top corti, pantaloncini, ogni tipo di abbigliamento, e il velo è quasi scomparso. Non credo riusciranno a imporlo di nuovo”. E aggiunge, con un pensiero rivolto al passato: “Anche noi, all’inizio della rivoluzione, eravamo convinte che non ci avrebbero mai costrette. Alla fine, invece, ci sono riusciti”.