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Se Naza è l'"israeliano buono" che piace all'Occidente

Dalla sua uscita in sala il docufilm dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor, ha suscitato polemiche e controversie, complice anche il successo di pubblico. E se tutto questo fosse invece un’ulteriore atto di colonizzazione da parte dell’occidente contro la Palestina e il suo dolore? L’opinione di una nostra redattrice.

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6 Ottobre 2026 - 15.53


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di Giada Zona

In questi giorni si discute di Naza, il docufilm realizzato da due registi israeliani. Il suo successo in Italia illustra un meccanismo già noto per cui l’Occidente decide di credere alla colonizzazione subita dal popolo palestinese solo se a raccontarla è una voce israeliana. Chi l’ha visto racconta il silenzio in seguito alla visione, della sofferenza che attraversa il corpo, l’impotenza di fronte a una macchina genocidaria. Eppure i palestinesi raccontano il regime d’apartheid non solo dal 7 ottobre, ma da molto, tantissimo tempo prima. Sembra che Naza abbia risvegliato la coscienza occidentale da un’interminabile apatia. Ma è un’apparenza, è un gioco di potere.

I palestinesi si sono filmati mentre scappavano, soffrivano la fame, cercavano i familiari dispersi. Hanno raccontato l’apartheid a partire dalla loro vite, vissuto sulla propria pelle. Al centro della narrazione palestinese c’è il corpo, la violenza subita, la speranza di un altrove. C’è il genocidio raccontato da chi la subisce, descritto in prima persona. Ecco il problema: perché Naza è allora considerato dall’Occidente come l’unico testamento del genocidio commesso da Israele?

Mi torna in mente il saggio della filosofa Gayatri Spivak Can the Subaltern Speak?. E mi pongo la stessa domanda. Spivak spiega che la voce degli oppressi da sola non basta perché quella voce viene sistematicamente filtrata o non ascoltata dal potere egemonico, la voce dell’oppressore diviene invece come l’unica credibile, l’unica idonea a stabilire regimi di verità. È quella voce che proviene dal sistema dell’oppressore che può spiegare ciò che vive l’oppresso, non il contrario, mentre l’oppresso è così costretto solo ad adeguarsi ai canoni stabiliti dall’egemonia dominante. Ma questo potere non nasce per caso: è il potere che l’Occidente continua a dare alla voce dell’oppressore.

Lo stesso processo è segnalato anche dal poeta, scrittore e giornalista palestinese Mohammed El-Kurd il quale denuncia che i palestinesi per essere creduti devono presentarsi come “vittime perfette” di fronte allo sguardo dei coloni. Così il palestinese subisce una doppia colonizzazione: la sua testimonianza non è sufficiente, ma ha bisogno di essere accostata a quella proveniente dal regime dell’oppressore per essere considerata credibile. Mohammed El-Kurd intende sfidare il modo in cui è stato richiesto alla coscienza palestinese di raccontarsi, cioè secondo i canoni e le aspettative stabiliti dall’Occidente.

Questo è l’esito di una storia e di un presente coloniale che si riflette anche nel linguaggio testuale e visivo, nelle parole e nelle immagini che la parte occidentale decide di riconoscere come degne di nota: un meccanismo che viene replicato con Naza. Il problema non è la narrazione in sé, ma l’Occidente che si lascia coinvolgere perché il film nasce dalla voce ribelle di chi sta dentro il sistema genocidario. A stabilire la realtà è l’israeliano, la cui voce viene percepita come credibile e affidabile dagli occidentali. Quella palestinese, invece, viene ridimensionata e ulteriormente marginalizzata, e da sola non basta per essere considerata credibile.

L’Occidente ha bisogno di identificarsi in una figura che ritiene amica, più familiare e riconoscibile. E purtroppo quella figura non è quella palestinese. Il successo ad esempio in Italia di Naza mostra che il palestinese per essere creduto ha bisogno di essere raccontato dall’israeliano, uno specchio in cui l’Occidente sente il bisogno di guardarsi. L’altro grande problema riguarda i finanziamenti dei film israeliani che ricevono sostegni anche se criticano il regime, mentre i palestinesi incontrano spesso difficoltà e sono costretti ad accettare piccoli spazi. Si tratta di un ulteriore processo di colonizzazione, dove le voci già marginalizzate vengono sempre più silenziate dal potere.

Ecco perché le scoperte considerate “rivoluzionarie” da chi vede Naza finiscono per sostenere una narrazione coloniale. Quelle scoperte e quel presunto miracolo che il film avrebbe portato, celebrato sui diversi giornali italiani, è in realtà una trappola. Quelle storie vengono raccontate da decenni, dal 1948 e da ancor prima, sempre dal popolo palestinese. Naza è assolutamente da vedere, ma non da osannare. Tutti sappiamo quello che è successo e sta succedendo in Palestina, i palestinesi l’hanno sempre raccontato. Ma l’Occidente ha bisogno della voce critica proveniente dall’interno della macchina genocidaria per credergli.

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