È morto Franco Baresi, leggenda del Milan e del calcio. Capitano di umiltà e passione, si esprimeva in campo molto meglio che davanti ai microfoni. Voce bassa, anche se decisa, profonda, come se le sue corde vocali fossero piantate nell’anima. Niente retorica, ma parole che si trasformavano in fatti sul campo e fuori, consegnandogli molto in fretta quell’autorevolezza che altri cercano oggi con doti mediatiche. Con quello scatto nella corsa breve trasformava ogni intervento difensivo in un’emozione che faceva saltare illusioni all’avversario di turno e il cuore in gola ai compagni di reparto. Così era anche per ogni tifoso in piedi sulle curve di cemento di San Siro, quando ancora non c’erano i seggiolini, o a quelli che ascoltavano trepidanti “il calcio minuto per minuto”con il transistor vicino alle orecchie.
Franco Baresi apparteneva a una categoria ormai rara: i calciatori che non avevano bisogno di costruirsi un personaggio. Bastava guardarli giocare. Il suo linguaggio era l’anticipo, la diagonale, il tackle pulito, la capacità di leggere il futuro con un secondo d’anticipo rispetto agli altri. Difendere, per lui, non era distruggere il calcio degli avversari, ma comprenderlo prima che accadesse.
Dal Milan di Nils Liedholm campione d’Italia nel 1979 alla doppia discesa negli inferi della Serie B, prima per le conseguenze dello scandalo del calcio scommesse e poi sul campo, all’inizio degli anni Ottanta, nel periodo più doloroso della storia rossonera, lui c’era. Avrebbe potuto andarsene, come fanno i campioni quando la nave imbarca acqua. Scelse invece di restare. Perché esistono giocatori che appartengono a una squadra e altri ai quali è la squadra ad appartenere. Baresi era il Milan.
E c’era anche quando quel Milan risorse fino a diventare probabilmente il più forte di sempre. Con Arrigo Sacchi prima e Fabio Capello poi, costruì una difesa che ancora oggi viene studiata come un’opera d’arte collettiva. Il fuorigioco non era un espediente tattico, ma una forma di armonia. Come in un quartetto d’archi, bastava che uno fosse fuori tempo perché tutto crollasse. Lui, invece, dava il tempo a tutti. In un calcio che stava cambiando pelle, Baresi rappresentava ancora un’idea quasi classica dello sport. Quella secondo cui il talento non basta senza disciplina, la vittoria non vale senza misura e la sconfitta non autorizza gli alibi. Sapeva vincere e sapeva perdere, sempre a testa alta. Senza gesti plateali, senza parole in più.
Anche la sua storia con la maglia azzurra racconta questa fedeltà silenziosa. Era nel gruppo che conquistò il Mondiale del 1982, pur senza scendere in campo. Divenne uno dei protagonisti di Italia ’90 e poi il capitano della Nazionale negli Stati Uniti quattro anni dopo. La sua impresa più grande arrivò proprio nella notte più amara. Poche settimane dopo un intervento al menisco, recuperò in tempi che sembravano impossibili per giocare la finale mondiale contro il Brasile. Disputò una partita straordinaria, dominando e Romário e leggendo ogni azione come se il ginocchio non avesse mai sofferto. Poi sbagliò il primo rigore della serie che insieme a quello di Baggio, l’ultimo della serie, regalò il quarto Mondiale al Brasile.
Lo sport di ieri aveva i suoi limiti. Era meno veloce, meno globale e meno ricco, ma custodiva ancora il valore dell’appartenenza e della pazienza. C’erano uomini che crescevano insieme ai colori che indossavano e le bandiere non erano strategie di marketing: Franco Baresi è stato una di quelle bandiere.
Con lui se ne va uno degli ultimi interpreti di un calcio nel quale il rispetto contava quasi quanto il risultato. Lui si divertiva a giocare, e si vedeva. E, in fondo, continuerà a farlo ogni volta che qualcuno penserà che eleganza, sacrificio e lealtà possano ancora convivere nello stesso gesto tecnico.