VENEZIA – Al Lido si respira un’inquietudine precisa, scrive Francesco Gallo per Ansa: quella della guerra atomica, e con essa il desiderio, quasi ancestrale, di un rifugio che possa mettere al riparo dall’apocalisse. Non è un caso isolato, ma un filo rosso che attraversa ben tre titoli dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, al via il 2 settembre.
Partiamo dai bunker. Ce ne sono due: uno è quello presidenziale che troviamo in Jupiter di Alexandre Smia. Un thriller politico con la storia di un presidente francese appena insediato, alle prese con una crisi internazionale senza precedenti. Deve infatti prendere in brevissimo tempo una decisione cruciale a seguito di un ultimatum atomico russo che minaccia di inviare una testata sulla Francia. Selezionato nella sezione Venice Open – Fuori Concorso, il film ha come protagonista Paul Archambault (Ménochet, nei panni del presidente francese).
È proprio lui che viene così convocato nel bunker sotto l’Eliseo, noto come comando Giove (Jupiter), dove dovrà prendere le giuste decisioni. Una struttura sotterranea utilizzata per riunioni del consiglio di difesa, gestione di attacchi terroristici, crisi militari, emergenze internazionali e appunto decisioni relative alla deterrenza nucleare. Jupiter comunque si annuncia più che un film d’azione, un thriller da camera, dove la tensione deriva dal tempo che scorre e dalla responsabilità di una scelta irreversibile. E questo sulla scia di opere come Fail Safe e Thirteen Days.
C’è poi Dau di Ilya Khrzhanovsky, coproduzione di Germania, Francia e Svezia, finita negli ultimi giorni al centro delle polemiche per la protesta sulla presenza del film alla Mostra da parte del Ministero degli Esteri ucraino, che l’ha bollato come “propaganda filo russa”. Accuse respinte dalla Biennale e dal direttore della Mostra, Alberto Barbera, che ha ricordato come Dau non sia un film russo, né propaganda filoputiniana, bensì un’opera di denuncia dei regimi totalitaristici e della loro intrusione nella vita dei cittadini per limitarne la libertà.
Khrzhanovsky traccia la biografia del grande scienziato Lev Landau (soprannominato Dau), Premio Nobel per la fisica nel 1962, che ha contribuito alla creazione della prima bomba atomica sovietica fatta esplodere nel 1949. Nel ruolo del protagonista il direttore d’orchestra greco Teodor Currentzis, nello spirito del megaprogetto Dau del 2008, da cui sono nati numerosi film e serie televisive, un progetto definito dagli studiosi come un incrocio fra cinema, installazione artistica, esperimento antropologico e performance immersiva.
Infine Bunker di Florian Zeller, in concorso a Venezia. Thriller psicologico con Javier Bardem e Penélope Cruz, nei panni di una coppia di professionisti di successo a Londra. Lei lavora in una casa editrice mentre lui è un famoso architetto, che accetta di progettare un bunker a prova di atomica per un potente magnate della tecnologia che vuole rimanere anonimo. Una scelta non condivisa dalla moglie, tanto che lei comincia a dubitare non solo dell’etica professionale del marito, ma dell’intera identità dell’uomo con cui vive da diciassette anni. Come nota Francesco Gallo, una curiosità: in tutto il film non si parla mai di un bunker pensato contro una minaccia nucleare, ma solo di un generico pericolo in un mondo sempre più incerto. Nel cast figurano anche Paul Dano, Stephen Graham e Patrick Schwarzenegger.