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Oltre le vetrine rotte: la rabbia e i suoi argini

Precarietà, futuro incerto e l’illusione del dialogo: il malessere di una generazione inascoltata dietro gli scontri e gli atti vandalici. E l’errore di sempre è condannare gli effetti, voltando la testa alle cause.

Oltre le vetrine rotte: la rabbia e i suoi argini
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26 Ottobre 2026 - 11.14


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di Martina Narciso

Fuoco e fiamme, vetri rotti, volti coperti. Queste le immagini da Parigi, Milano e Barcellona che indignano e interrogano: chi sono, da dove vengono, che cosa vogliono, quando sarà il prossimo attacco? L’unico quesito omesso è: perché lo fanno? 

Perché lo fanno? Per la Palestina? Per il caro vita? Per le scuole al tracollo? Per provocazione? Per moda? Per rabbia? Per noia? È impossibile puntare con certezza il dito contro un motivo piuttosto che un altro: è ovvio che tra la folla vi era chi manifestava per la Palestina, per il caro vita, per le scuole al tracollo, per provocazione, per moda, per rabbia, per noia. Ed è sacrosanto che ognuno scenda in piazza per la qualsivoglia senta come motivazione – «I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi», recita l’articolo 17 della nostra Costituzione. 

Sembrano proteste vaghe, ma a dire il vero l’imprecisione delle argomentazioni è la ragione stessa: tagli all’istruzione, stage a cinquecento euro a trent’anni, bollette o spesa, salari fermi da decenni, neolaureati costretti a espatriare per la mancanza di prospettive, governi che finanziano guerre anziché le università. Caroaffitti, carovita, carogasolio – caro tutto, ma a pagarla cara sono e saranno i giovani di oggi che temono per il proprio domani. 

Per questo, spesso, non si sa per cosa ci si batte. E comunque ci si vuole battere, perché la sensazione è che l’alternativa è quella di essere battuti. Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi raccontava di quando Renzo, vinto dai soprusi di don Rodrigo, «camminava a passi infuriati verso casa, senza aver determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso di far qualcosa di strano e di terribile», spiegando lucidamente come la violenza subita può alterare gli animi e generare sentimenti furiosi e iracondi, a loro volta potenzialmente generatori di altra violenza. E gli studenti, come Renzo per le strade, covano una rabbia che non riescono più a contenere, e la espiano distruggendo e dando alle fiamme tutto, perché forse, almeno così, verranno ascoltati. 

Ciò non vuol dire difendere la violenza di queste giornate, affatto. Mio imperativo è che la violenza è sempre violenza, in qualsiasi forma, e la forza non è mai un argomento, semmai una motivazione che toglie dignità al dissenso. Infatti, ciò che sta emergendo adesso non è l’indignazione per le cause, bensì per gli effetti: le vetrine rotte. 

Si potrebbe dibattere che senza questi gesti non si ottiene visibilità, e forse in parte è anche vero perché di proteste pacifiche ce ne sono state e come unica risposta si è riso in faccia agli studenti con il tanto ridondante commento di “Siete sempre dei poveri comunisti” riportato dalla nientedimeno che la ministra dell’Università Bernini scesa a dialogo con gli studenti di Medicina che pacificamente la contestavano. 

Allora, ad un certo punto, il pacifico non basta più, e la rabbia cerca altre strade. E questo non è un acclamare le angherie e le aggressività milanesi, anzi. Sono del parere che, purtroppo, al fianco di chi si mobilita con intenzionalità, senno e rispetto, c’è chi approfitta della situazione per andare a devastare e rubare per il solo gusto di farlo – in che modo svaligiare negozi è una manifestazione di un disagio sociale, se a essere colpiti sono anche quei piccoli bottegai che lo stesso disagio sociale lo vivono e di tasca propria dovranno ripagarlo? 

Soprattutto, ignorare che molti di coloro che hanno attuato questi atti vandalici fossero ragazzini (il più piccolo sceso in piazza con le bombe carta aveva undici anni – nei programmi delle scuole medie si è già arrivati alle guerre mediorientali e le accise sul carburante?) che nei giorni dopo si sono riorganizzati per tornare a devastare altre città sarebbe un mero sorvolare sull’ulteriore immenso problema del nostro paese del dilagare della violenza cieca e immotivata dei giovanissimi.

Dunque, non mi convince l’idea che sia necessario e trascurabile il teppismo, perché spesso finisce per oscurare tutto ciò che c’è di buono in chi scende in piazza e il cui diritto per essere lì va riconosciuto e difeso. 

«Bisogna farsi carico del malessere dei giovani», declama durante una cerimonia al Quirinale il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, riuscendo con poche frasi a fare luce sul nocciolo delle giornate: «Non ci si può rivolgere ai giovani con un atteggiamento di indifferenza. O, peggio, di meschina sottovalutazione. Si tratta di una questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze della società. Occorre uno sguardo di ampia visione… strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro, del timore di asservimento o di emarginazione».

Dire che queste proteste sono “tutte Gen Z” è dire allo stesso tempo il vero e il falso. È dire il vero perché è manifesta e manifestata la furia e la rabbia generazionale dei ragazzi che vedono il proprio futuro sempre meno sicuro e un presente sempre più sicuramente duro da vivere. Ma è dire anche il falso perché in piazza, a Milano, a Parigi, a Barcellona, al fianco degli studenti c’erano insegnanti, genitori, sindaci, politici, lì per supportare e proteggere i propri giovani cittadini che più di loro avevano il coraggio di rivoltarsi.

E a voltare le spalle, invece, è ancora una volta il governo, perché quando la protesta è pacifica e non è giovanile cosa si fa? Si ignora e si censura, e quando non si può più far finta di niente si addolciscono le promesse per allietare gli animi di chi era, è e continuerà a essere lasciato abbandonato a sé stesso. Eppure, nessuna vetrina rotta dagli agricoltori e dagli autotrasportatori che per giorni hanno bloccato metà Italia e imbarazzato talmente l’altra da non farne riferimento nemmeno nelle testate nazionali.

La verità è che qualunque tipo di dialogo diventa sempre più complesso, a prescindere da chi sia a parlare, da dove lo gridi, che cosa provi a comunicare. E, ancora una volta, è dimenticato il perché. Io, senza una soluzione ultima (come si potrebbe?), comincerei proprio da qui, prendendo in prestito le parole di Bertolt Brecht: «Tutti a dire della rabbia del fiume in piena, e nessuno della violenza degli argini che lo costringono», e proponendole come un invito a specchiarsi in quell’acqua rabbiosa e violenta pronta a straripare, e riflettersi, e riflettere. 

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