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Stupisce la violenza dei giovani e non quella dello Stato

Mentre i conservatori (e non solo) puntano il dito contro i giovani incappucciati, lo Stato italiano ha prima ignorato i giovani e ora li manganella nelle piazze. Non avere un futuro è una violenza. Di questo, però, non ne parla nessuno.

Stupisce la violenza dei giovani e non quella dello Stato
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21 Ottobre 2026 - 17.36


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di Giada Zona

Dalla Francia alla Spagna all’Italia. Sono questi i giorni in cui si respira aria di cambiamento, lotta, rivoluzione. Contro il riarmo, i salari bassi, il caro vita. Per un pianeta migliore, per un’istruzione degna. Perché “ogni lotta aiuta un’altra lotta”, come cantava Umberto Fiori in “Rossa Palestina”. Ma i giovani vengono presentati solo come violenti, anche da parte della sinistra. Perché ci scandalizziamo per una vetrina rotta e nel frattempo all’Occidente è permesso di finanziare un genocidio, indisturbato? Perché non condanniamo la violenza dello Stato che prima ha ignorato i giovani e ora li manganella nelle piazze?

Colpisce ancora una volta l’abuso del potere delle forze dell’ordine, presentata come un modo per garantire la sicurezza. Giovani picchiati, umiliati, a terra sotto i colpi di manganelli e lacrimogeni. Giovani arrabbiati con un sistema ultra capitalistico che tutela solo i più ricchi. Ma in fondo, o forse nemmeno troppo in fondo, è questa l’Italia che piace, un’Italia che sorveglia e punisce di fronte alla ribellione. Uno Stato che reagisce con la forza e con la soppressione di fronte a un popolo che richiede i propri diritti.

Stiamo assistendo a scene non molto diverse dai giovani picchiati alla Diaz, a Bolzaneto, alla morte di Carlo Giuliani, dall’indifferenza e il completo fallimento dello Stato di fronte a tutto questo. Sono passati 25 anni dallo slogan “un altro mondo è possibile” e, riprendendo le parole della mamma di Carlo Giuliani, siamo ancora di fronte a un clima di repressione e abusi di potere. Questo spaventa, e anche parecchio.

I giovani in Italia stanno chiedendo condizioni migliori. Lo fanno da anni e i governi, uno dopo l’altro, hanno scelto di non ascoltarli. Mentre tutti discutono della violenza arrivata nelle nostre piazze negli ultimi giorni, tutte le rivendicazioni sociali e politiche passano in secondo piano. O meglio, vengono continuamente silenziate. Così lo studente diventa solo una figura violenta, scomoda e fastidiosa. I media tradizionali e la politica stanno dando forma a questa figura, una figura tanto amata perché permette di nascondere le rivendicazioni di una generazione e di rimandare il problema. O meglio non affrontarlo, dando la colpa a chi manifesta.

A contribuire a questa narrazione distorta non c’è solo la destra ma anche quella parte della sinistra borghese che, scaricando le responsabilità di un problema sociale più grande di lei, si affretta a dichiarare il proprio no alla violenza. La sinistra decide così di difendere prima l’ordine, impartendo lezioni moraliste. Anche qui la sinistra torna con il suo fare paternalistico, designando lo studente buono e lo studente cattivo: lo studente modello è chi scende in piazza, ma deve seguire un determinato modello. Deve farlo bene, senza disturbare, in silenzio, in modo rispettoso.

Ma è violenza anche non riuscire a pagare l’affitto del mese, rinunciare all’istruzione perché non si possiedono i mezzi economici per sostenerla, fare uno stage non retribuito o con pochi soldi. E’ violenza finanziare il riarmo, distruggere il pianeta. E’ violenza abusare del proprio potere in nome di una “sicurezza”. Non garantire un futuro è violenza.

Ma il potere ci vuole zitti, obbedienti, sudditi, e la logica moralista e paternalistica della sinistra va di pari passo con l’esercizio del potere. Gli studenti in Italia stanno dimostrando che loro non sono e non vogliono questo: vogliono un’Italia libera dai padroni, dai monopoli, dalla guerra. E anche da queste retoriche di perbenismo. 

E allora tutta questa indignazione per una vetrina rotta, magari pure di un negozio di lusso, nasce da una posizione privilegiata. Il privilegio di avere una casa, di godere di un’ottima istruzione, di avere il carrello della spesa sempre pieno. Il privilegio di chi non conosce la precarietà che i giovani vivono ogni giorno, da cui nasce la rabbia che vediamo e vedremo nelle piazze. Condannare a prescindere la violenza è allora un modo per silenziare tutte le lotte, sbattendo in prima pagina volti incappucciati e giovani designati come violenti o come “maranza”, uno stereotipo classista e razzista. Questo è il modo in cui l’Italia risponde ad una generazione indignata e stanca di un mondo che non sembra riservare un futuro. 

Invece io sto con i giovani che scendono in piazza e esprimono la loro rabbia. Contro un sistema che ci vuole obbedienti e in silenzio. Non siamo solo di fronte a un risveglio delle coscienze, quelle sono sempre state attive. Siamo invece di fronte ad una mobilitazione enorme che la politica non sa proprio come gestire e decide quindi di stigmatizzare. 

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