È una calda giornata di fine settembre e, alle spalle del Castello del Girifalco che domina Cortona, il sole accende le Celle di San Francesco. La luce cerca ogni angolo di questo luogo appartato, quasi volesse mettere in evidenza ciò che da otto secoli resiste: pietra, legno, bosco, silenzio. Uno di quei luoghi nei quali la storia non sembra essere passata e non perché tutto sia rimasto immobile, ma perché qualcosa dell’origine continua a respirare insieme al presente. Qui, alle pendici del Monte Sant’Egidio questa sensazione ti prede subito.
Il primo incontro non è con una reliquia, né con una parola pronunciata da qualcuno, ma con il verde che accompagna il sentiero che conduce alle Celle. Gli alberi sovrastano le piccole costruzioni appiccicate alla montagna e, più in alto, svettano i cipressi. Sembrano candele verdi accese verso il cielo che obbligano ad alzare lo sguardo mentre il silenzio entra in te.
Accanto alle Celle scorre un fosso, a settembre è ancora asciutto. Basta però guardarlo per immaginarlo in inverno, quando l’acqua torna a farsi strada tra le pietre, saltando in piccole cascate e passando sotto ponti che hanno conosciuto generazioni di frati e pellegrini. È la natura, qui, a spiegare forse meglio di qualsiasi discorso che cosa significhi la parola francescanesimo.
A raccontarlo è fra’ Joshua, arrivato dal Madagascar un anno e mezzo fa. Parla già bene italiano e accoglie i visitatori con quella semplicità che appartiene al luogo. Gli chiedo quale sia il motto dei francescani. Mi aspetto le due parole che tutti conosciamo: “Pace e bene”. Oppure penso a quelle che riassumono la vita religiosa francescana: obbedienza, povertà, castità. Joshua, invece, risponde con due parole, per me, inattese: “Attivi e contemplativi”.

Fra Joshua
È una risposta che qui, alle Celle, assume un significato particolare. La contemplazione è nel silenzio, nella preghiera, nella natura e nelle pietre che hanno attraversato otto secoli. L’attività è invece tutto ciò che accade attorno a questo silenzio: l’accoglienza, il lavoro, la cura del luogo, il rapporto con chi arriva da fuori. Due dimensioni che non si escludono, ma sembrano necessarie l’una all’altra. Forse è anche questa la ragione per cui, dopo ottocento anni, le Celle continuano a parlare a persone molto diverse tra loro.
È domenica mattina. Quando entro nella piccola chiesa, dove è incastonata la celletta attribuita a San Francesco, sta iniziando la Messa domenicale. La celebrazione è raccolta, quasi intima e termina con il canto corale di Dolce sentire, il brano nato per il film Fratello sole, sorella luna di Franco Zeffirelli, una rielaborazione ispirata al Cantico delle creature. E qui la storia fa un curioso salto di otto secoli. Il Cantico delle creature, composto a partire dal 1224 circa, è uno dei testi fondativi della nostra tradizione poetica in volgare. Ma dentro questa chiesa, per chi crede, non sembra una pagina di storia della letteratura ma una preghiera profondamente religiosa.

La celletta di San Francesco
È forse anche questo uno dei motivi per cui il messaggio di Francesco continua a superare i confini della fede. Al di là del grado di credenza che ciascuno porta con sé, qui si percepisce una sensazione di serenità che sembra appartenere al luogo e che, per qualche momento, pare condivisa da tutti quelli che si incontrano: uomini, donne, animali, pietre e perfino gli alberi.
Da una parte ci sono i cipressi, immobili e verticali. Sembrano rappresentare la contemplazione raccontata da fra Joshua: la meditazione, la profondità, le cose che resistono al tempo senza avere bisogno di muoversi. Dall’altra ci sono gli olivi. A settembre sono carichi di frutti, ancora verdi e sembrano raccontare l’altra metà della risposta di Joshua: l’attività. Sono alberi che hanno bisogno di essere curati, raccolti, lavorati. Contemplare e agire, dunque.
E poi, più in là, c’è una palma. Solitaria, quasi fuori posto rispetto alla vegetazione toscana, che mi fa pensare a un altro aspetto della vicenda di Francesco: il dialogo con chi appartiene a un’altra fede. Nel 1219, durante la Quinta crociata, Francesco attraversò le linee nemiche in Egitto, disarmato e accompagnato da fra Illuminato, per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil, nipote di Saladino. Non andò a combattere, ma a parlare. Non riuscì a convertire il sovrano, né quell’incontro fermò la guerra, ma Francesco era entrato, disarmato, nel territorio del suo avversario per incontrare qualcuno che apparteneva a un’altra fede.
La palma, naturalmente, non può raccontare quella storia. Ma lì, isolata nel paesaggio delle Celle, diventa una potente metafora di quel viaggio. Un albero che sembra arrivare da lontano, come se portasse con sé la memoria di un incontro possibile tra mondi diversi. Ottocento anni dopo, forse è proprio questo il punto più attuale della lezione francescana. Non tanto cercare di convincere chi non la pensa come noi, quanto trovare il coraggio di attraversare le linee che ci separano. Conoscere prima di giudicare. Parlare prima di condannare. Restare diversi senza trasformare la diversità in un nemico.
Alle Celle di San Francesco, il tempo scorre lentamente, ma il luogo non è fermo nel passato. Il Madagascar di fra’ Joshua, la Toscana degli olivi, il canto corale di una domenica mattina, la memoria di un incontro avvenuto ottocento anni fa in Egitto. Tutto finisce per stare dentro lo stesso paesaggio che continua a suggerire, senza imporlo, un modo di stare al mondo.