“Errare è umano, perseverare è diabolico” dicevano i latini, ma forse al dimissionario presidente della FIGC Gabriele Gravina questo detto risulterà nuovo. Già, perché dopo quanto successo a Zenica (ma anche a Palermo 4 anni fa) il silenzio e il duro lavoro dovrebbero essere la prerogativa. Ed invece, dopo le già infelici dichiarazioni a caldo dopo l’eliminazione con la Bosnia, nelle quali aveva definito “dilettantistici” tutti quegli sport che non fossero il calcio, Gravina ha deciso di rincarare la dose con due interviste al Corriere della Sera e a Le Iene.
E mentre i toni delle parole rivolte ai microfoni della trasmissione Mediaset sono stati più pacati, quelli della conversazione riportata sul noto quotidiano italiano hanno aizzato ancora di più le critiche nei suoi confronti.
Partendo da quanto detto a Le Iene, Gravina si è detto amareggiato per non essere riuscito a dare ai tifosi il risultato che meritavano, ma decide comunque di rivendicare quanto di buono fatto a capo della FIGC. L’ex presidente si rifà quindi all’equilibrio economico sotto la sua gestione, alla vittoria dell’Europeo del 2021 e alla co-assegnazione di Euro 2032 con la Turchia.
Per quanto l’Europeo vinto sia un traguardo storico che l’Italia non raggiungeva dal 1968, durante tutta l’intervista manca una vera e propria autocritica che il capo di una federazione, vincitrice di quattro mondiali, rimasta a casa nelle ultime tre edizioni della Coppa del Mondo, dovrebbe farsi. Piuttosto, Gravina pone l’accento su un problema strutturale che riguarda il sistema calcistico italiano, ovvero la mancata valorizzazione dei talenti. Insomma, l’intervista a Le Iene rappresenta più una difesa della propria eredità in FIGC.
Passando a quanto detto al Corriere della Sera, Gravina si comporta da vittima sacrificale data in pasto a tutta la nazione. Afferma di vivere “quasi da recluso tra casa e Federazione” e di aver “accettato le critiche in silenzio”. Ma il nocciolo della questione è un altro: Gravina scherza dicendo che sarebbe “dovuto essere più bravo come calciatore”, affermando di aver “sbagliato due rigori contro la Svizzera e tre palle gol con la Bosnia”, richiamando gli errori di Jorginho nel 2021 e quelli di Kean, Esposito e Dimarco nella partita di Zenica. Non contento, si “prende la responsabilità” anche dei rigori sbagliati proprio nella partita con la Bosnia, come a voler dire che la responsabilità per le due mancate qualificazioni fosse esclusivamente dei giocatori.
Gravina dimentica una cosa, riassumibile nel detto napoletano “il pesce puzza dalla testa”. Nell’immediatezza di un errore, i giocatori vengono subito criticati, e così è stato anche nel caso del playoff con la Bosnia; successivamente, le critiche si riversano sull’allenatore, e nel caso specifico di Gattuso gli sono state contestate le convocazioni e la mancata adeguatezza al ruolo, ma quello che lo ha fatto essere lì è qualcuno che siede comodo in posizioni ancor più elevate, come ha fatto Gravina dal 2018 fino a pochi giorni fa.
Probabilmente il presidente pensa di aver a che fare con un popolo di stupidi, ma su una questione come il calcio, suo malgrado, siamo tutti “conoscitori”: le colpe sono divise, ma se qualcuno dopo due mancate qualificazioni rimane saldo al suo posto, forse le responsabilità non sono divise proprio equamente. Ed è inutile nascondersi dietro quei (pochi) risultati ottenuti, scaricando le responsabilità principali sui giocatori: loro le critiche le subiscono eccome, ma nessuno si è permesso di dire “forse sarei dovuto essere un presidente della FIGC migliore”.