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"L'estranea": un thriller psicologico che non ti aspetti e che inchioda le madri alle loro responsabilità

Il regista Strippoli e lo sceneggiatore De Chirico hanno scritto un film d'effetto che costringe a fare i conti con i nostri propri mostri interiori.

"L'estranea": un thriller psicologico che non ti aspetti e  che inchioda le madri alle loro responsabilità
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14 Ottobre 2026 - 16.24


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di Luisa Marini

Dopo alcune iniziali prove interessanti (dal 2021), lodate dalla critica (A classic horror story, Piove e il recente La valle dei sorrisi), il giovane regista Paolo Strippoli, pugliese classe 1993 uscito dal Centro Sperimentale di Roma, ha messo a segno un bel risultato con la storia scritta insieme allo sceneggiatore Salvatore De Chirico. L’estranea, coproduzione con Francia e Belgio, ora nelle sale dopo le presentazioni a Venezia e Toronto, è stato selezionato tra altri 20 concorrenti per la corsa agli Oscar. Vedremo come andrà. Nel frattempo, il film sta dividendo gli spettatori che esprimono i loro variegati commenti sui social.

La storia (senza spoilerare troppo) è questa: una madre (l’intensa Jasmine Trinca) parte dalla Puglia e va a Roma per raccontare alla giovane figlia (interpretata dalla bravissima Romana Maggiora Vergano) i motivi della decadenza della famiglia, un tempo benestante e apparentemente felice.

Al centro della narrazione c’è dunque la donna, generatrice di vita, che, in quattro capitoli-flashback (La Figlia, Il Figlio, Il Padre, La Madre) racconta all’oggetto del suo amore, in una spirale claustrofobica, la catena di eventi tragici dei quali è stata apparentemente colpevole un’altra strana donna (l’estranea del titolo, una faustiana Valeria Bruni Tedeschi), generatrice di morte.

Alla madre, fulcro della famiglia, la figlia rinfaccia di non sapere tutto e non le spiega a sua volta, ma mostra a noi spettatori le sofferenze patite da lei e dal fratello. La figlia, dunque, gira la medaglia del io vi ho dato tutto e accusa la madre di egoismo e anaffettività, rendendosi finalmente soggetto attivo della narrazione. Tutto precipiterà nella resa dei conti finale (Epilogo), resa ancora più drammatica dalla natura che, fuori, sta sfogando un terribile nubifragio su Roma, specchio della situazione (la rottura delle acque, quindi una ri-nascita).

La madre nel film, significativamente, avrebbe voluto che la figlia facesse l’attrice, sua aspirazione fallita, e qui sarebbe fin troppo facile parlare di maschera e doppio e di tutto ciò che simboleggiano. Di certo, torna alla mente il vecchio film americano del 1981 Mammina cara con Faye Dunaway, basato sull’omonimo romanzo scritto dalla figlia dell’attrice Joan Crawford.

La chiave del film è psicologica e sta nella messa in scena di alcune emozioni: la paura del giudizio (con il relativo salvare le apparenze), i rimpianti dei genitori, che proiettati sui figli diventano aspettative spesso deluse, i sentimenti complessi di fallimento, vergogna, perdita del controllo.

Tutto questo, paiono volerci dire come monito gli autori, genera mostri, e ne siamo tutti, almeno potenzialmente, carnefici e vittime. L’archetipo narrativo utilizzato è il noto patto col diavolo, in cui i principi morali sono sacrificati in cambio di ricchezza o successo. Argomento terribilmente contemporaneo, che fa acquisire al film una dimensione universale, anche partendo da una città del profondo Sud italiano.

La cosa interessante è come viene messo in scena il contenuto, già molto denso, dal punto di vista registico. È qui che il film sorprende e coivolge, dalla direzione degli attori alla scelta dei movimenti di macchina e delle inquadrature, che sottolineano la claustrofobia delle situazioni, fino ai primissimi piani e ai dettagli ravvicinati, tanto che, a volte, ci si perde nella visione che sfuma nella luce.

Si tratta dunque di un film sul doppio: a volte, possiamo risultare estranei a noi stessi. Quanto siamo certi della nostra reazione, se veniamo messi alle strette?

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