Il 5 maggio lega due figure che, pur diversissime per strumenti e temperamento, hanno inciso in profondità sulla modernità europea. Sono Napoleone Bonaparte, morto nel 1821, e Karl Marx, nato nel 1818. A tre anni precisi di distanza si chiude la parabola del condottiero che volle incarnare e superare la Rivoluzione francese, mentre si apre quella del pensatore destinato a reinterpretare criticamente gli esiti di quella rivoluzione. Ecco come a volte la bizzarria del calendario è superiore all’immaginazione quando suggerisce cortocircuiti simbolici così efficaci da far impallidire molte ricostruzioni storiografiche.
Napoleone è, prima di tutto, azione. Figlio della crisi dell’Ancien Régime basato su disuguaglianze giuridiche e privilegi fiscali per i ceti superiori, è bravo a raccogliere le macerie della Rivoluzione e tentare di riorganizzarle in un nuovo ordine, fondato su codici, amministrazione centralizzata e meritocrazia. Il Codice civile napoleonico sancisce principi di uguaglianza giuridica e laicità che sopravvivranno alla sua fragorosa caduta dimostrando che in lui c’è una fattiva volontà riformatrice che cozza però contro la concentrazione del potere nelle mani di un solo uomo. Il Napoleone che abbatte l’assolutismo dinastico ne ricrea poi una versione personale, fondata sul carisma e sull’efficienza militare. C’è dunque una doppia valenza nella sua eredità perché se da un lato ha contenuti progressisti dall’altro ha forme autoritarie.
Marx, al contrario, è critica. Lui non governa, non combatte e non conquista e nemmeno codifica le leggi. Analizza la società nel suo complesso e quando osserva quella industriale nascente ne individua le contraddizioni nella base economica che determina il modo in cui la società industriale si organizza per produrre beni necessari alla sopravvivenza e così facendo condiziona la politica, la cultura e la giustizia sociale. Elevare la lotta di classe a vero motore della storia è la sua soluzione. Se Napoleone tenta di dare un senso concreto agli esiti della rivoluzione, Marx ne denuncia l’incompletezza sostenendo che l’uguaglianza formale, senza quella economica, è tradimento. La sua idea non è quella di riformare lo Stato, ma il suo superamento in una società senza classi.
Ecco che allora il confronto tra i due si gioca nel rapporto tra ideale e realizzazione. Napoleone traduce alcuni ideali rivoluzionari in istituzioni concrete piegandoli a una logica di potere personale. Marx produce un potente impianto teorico tale da influenzare movimenti politici globali, ma le sue applicazioni storiche, anche se spesso distanti dal suo pensiero originario, hanno prodotto esiti controversi se non opposti alle intenzioni emancipatrici dichiarate.
L’opera di Napoleone, pur lasciando tracce tangibili nei sistemi giuridici e amministrativi, è legata a un’epoca e a una geografia definita. Marx, invece, continua a essere chiamato in causa ben oltre il contesto ottocentesco e la vecchia Europa e le sue categorie del capitale, del lavoro, dell’alienazione sono ancora oggi strumenti interpretativi utilizzati anche da chi non ne condivide le conclusioni politiche. In questo senso, l’influenza di Marx appare più pervasiva e meno circoscritta di quella di Napoleone.
Se Napoleone rappresenta la capacità di incidere immediatamente sulla realtà pagando il prezzo delle contraddizioni del potere, Marx incarna la forza delle idee che possono sopravvivere ai propri fallimenti storici e continuare a generare dibattito. Il 5 maggio, allora, non è solo una coincidenza cronologica ma un invito a riflettere su due diversi e per certi versi opposti modi di trasformare il mondo. Agendo su di esso o interpretandolo radicalmente. Tra l’“Ei fu” di Napoleone e l’“Ei è” di Marx c’è ancora tutto lo spazio aperto della modernità in continua evoluzione.