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Un giorno memorabile: Lovaglio si riprende il Monte dei Paschi di Siena

Come l'assemblea degli azionisti ha sconfitto la lista del Cda uscente. Il vero sconfitto è, per ora Gaetano Caltagirone. Le nuove alleanze.

Un giorno memorabile: Lovaglio si riprende il Monte dei Paschi di Siena
In foto: Luigi Lovaglio
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21 Aprile 2026 - 15.23


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di Pino Di Blasio*

Ci sono dei giorni memorabili, giorni che la vita non ti consente di rivivere per provare a correggere i tuoi errori. Stefan Zweig raccolse in uno dei suoi capolavori, ‘Momenti fatali’, una dozzina di snodi cruciali per la storia, dalla caduta di Costantinopoli a Waterloo, sliding doors che hanno portato il mondo ad essere quello che è. Uno dei momenti cruciali per la storia di Siena è stato sicuramente il 15 aprile 2026, giorno dell’assemblea dei soci di Banca Mps.

Oggi sapete come è andata a finire, se siete bene informati conoscete anche le dinamiche e le alleanze che hanno portato alla clamorosa vittoria di Luigi Lovaglio e della lista di consiglieri di Pio Holding, e alla molto più clamorosa sconfitta della lista del cda uscente, che vedeva Nicola Maione candidato alla presidenza bis e Fabrizio Palermo, ad di Acea, aspirante amministratore delegato di un Monte dei Paschi in mano all’azionista Francesco Gaetano Caltagirone. Ma dovevate esserci, quel giorno, nell’auditorium di viale Mazzini, teatro dell’assemblea.

Per capire come un giorno diventa memorabile, come la storia, la politica, la finanza, ti passa davanti e tu devi essere in grado di capire dove sta andando, di non perdere l’occasione di dire quello che pensi, per provare a convincere il macchinista di andare nella direzione che preferisci, invece di quella che è contraria ai tuoi interessi, ai tuoi desideri, ai tuoi sogni. Oggi sapete che Luigi Lovaglio si è ripreso il Monte dei Paschi, che la sua lista ha ottenuto il 49,95% dei voti dell’assemblea, contro il 38,5 della lista del cda e il 6% della lista di Assogestioni. Nella prima seduta del nuovo consiglio, Lovaglio tornerà ad essere amministratore delegato e direttore generale di Rocca Salimbeni, dopo che sarà stracciata quella brutale lettera di licenziamento, approvata dal defunto cda presieduto da Maione. E’ durata poco più di due settimane, è stata l’ultima miccia accesa sul barile di polvere da sparo che ha fatto saltare in aria la prepotenza dei presunti vincenti.

Tutti gli azionisti, tra cui chi scrive, che hanno partecipato all’assemblea del 15 aprile, sono entrati nell’auditorium armati di televoter e convinti che Caltagirone avesse vinto. Godeva dell’appoggio degli azionisti di maggioranza del Governo (Fratelli d’Italia in toto, a cominciare dal potente sottosegretario Fazzolari, e dalla Lega di Salvini), era forte del 13,5% di azioni in mano alla holding dell’ingegnere romano, più i fondi italiani, i proxy advisor, Vanguard, i Benetton e altri azionisti spiccioli. Gli advisor di Caltagirone facevano scrivere su tutti i giornali che la lista del cda avrebbe superato il 30% e avrebbe vinto anche se Delfin, il maggiore azionista di Mps, forte del 17,5%, avesse finito per appoggiare Lovaglio, invece di astenersi.

E il presidente Maione, iniziando l’assemblea, parlava già da presidente riconfermato, ascrivendo il risanamento della banca ai consigli d’amministrazione uscenti, agli azionisti, al Governo, ai dipendenti, ai sindacati. Senza mai citare il nome di Luigi Lovaglio, la damnatio memoriaeaveva toccato il suo apice. Il primo a intervenire è stato Carlo Rossi, presidente della Fondazione Mps, che alla vigilia aveva rilasciato dichiarazioni e interviste in cui aveva definito ‘una pazzia il licenziamento di Lovaglio, l’uomo che aveva salvato la banca’. Il discorso di Rossi, edulcorato, corretto, ammorbidito da troppi passaggi tra le varie anime della deputazione, alla fine si è riassunto nel voto favorevole sul bilancio e nella non partecipazione al voto per la governance.

La Fondazione sceglieva di sterilizzare lo 0,20% di azioni Mps, convinta che non ci si poteva mettere contro il Governo, che era dalla parte di Caltagirone. In molti hanno criticato la scelta di Rossi, ero seduto al suo fianco in assemblea e, a mio avviso, è lui più di tutti che rimpiange la scelta di non partecipare al voto, per una serie di ragioni anche plausibili e rigorosamente tecniche. Alla Fondazione non capiterà mai più di far sentire la sua voce per difendere Siena e contrastare chi avrebbe usato la Banca e il suo capitale per andare a caccia della sua ossessione. Come il capitano Achab usava l’equipaggio del Pequod per uccidere Moby Dick, così l’azionista presunto vincitore avrebbe usato il Monte per scalare la sua Balena Bianca, le Assicurazioni Generali.

Si è andati avanti con interventi quasi esclusivamente contro la lista del cda, ma nonostante tutto, l’assemblea sembrava segnata, soprattutto per i piccoli azionisti. Luigi Lovaglio, da azionista, era seduto in seconda fila, in una poltroncina vicino all’entrata. Solo lui e altre due persone, il legale rappresentante di Banco Bpm, e l’avvocato Matteo Erede, rampollo di un celebre studio legale e delegato di Francesco Milleri, per far pesare il 17,5% del capitale in mano a Delfin, oltre 500 milioni di azioni, che in assemblea valevano il 27% dei votanti, sapevano in leggero anticipo come sarebbe andata a finire.

E quando, dopo il voto elettronico, il notaio Zanchi, il presidente Maione e tutti i seduti al tavolo che dirigeva l’assemblea, sono rimasti chiusi per quasi un’ora a fare i conti, il primo che ha rivelato al cronista cosa stava succedendo è stato il delegato di Banco Bpm. “Ci mettono così tanto perché la lista del cda aveva i primi 8 nomi di candidati tutti di uomini, ora deve far posto a due donne, perché ha perso”. Anche questo era un simbolo di prepotenza e arroganza: erano talmente sicuri di vincere e di eleggere 12 consiglieri su 15 da relegare le donne dal nono posto in giù. 

Archiviata l’assemblea cosa accadrà adesso? Chi ha vinto e chi ha perso? Tra gli sconfitti, oltre a Francesco Gaetano Caltagirone che incassa il quarto ko nella sua corsa a prendersi Generali ed è costretto a tenersi anche Fabrizio Palermo come ad di Acea, ci sono sicuramente Nicola Maione, Fratelli d’Italia e i meloniani di provata fede, i leghisti salviniani, più i fondi parapubblici schierati da sempre con i presunti vincitori. Ha vinto Delfin, che ha puntato su un investimento a lungo termine nel Monte dei Paschi, che ha creduto nell’uomo che aveva salvato la banca e che, più di tutti, era riuscito a convincere l’86% degli azionisti di Mediobanca a cedere le loro azioni in cambio di azioni di una banca più piccola e di qualche spicciolo.

Ha vinto Pierluigi Tortora, fino a ieri sconosciuto investitore con l’1,2% del capitale. E’ stato l’Ape Piaggio a bordo del quale Lovaglio ha convinto altri grandi azionisti, come BlackRock, Norges Bank e poi BancoBpm, ad accompagnarlo nella reconquista della Rocca, sventolando la bandiera delle strategie vincenti, della competenza, del lavoro instancabile e del sostegno di tutti i dipendenti del Monte. Che hanno pianto, applaudito e gridato il nome di Lovaglio nell’auditorium, quando è arrivato il responso del voto. Ha vinto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, l’unico all’interno del Governo che sa chi è Lovaglio e quanto sia capace di far guadagnare soldi ai suoi azionisti. E il Governo ha ancora il 4,8% del capitale, 150 milioni di azioni circa. Con una quotazione sopra i 9 euro, il valore è vicino al miliardo e 400 milioni.

Ma soprattutto ha vinto Siena, anche se a sua insaputa e suo malgrado. Perché le istituzioni, non solo la Fondazione, ma Comune, Provincia, e tutte quelle pronte a intervenire su crisi ben più modeste, non hanno proferito verbo su quello che è accaduto sulla Rocca dal 4 marzo al 15 aprile. La marea montante di critiche sui giornali contro Lovaglio, l’inchiesta, la sua incompatibilità, l’esclusione dalla lista del cda, con 20 nomi tra cui Corrado Passera e Alessandro Caltagirone, ma non il suo. E infine l’ultimo oltraggio, il licenziamento per ‘giusta causa’, tutto nel silenzio di Siena. Se avesse vinto Caltagirone, potevate chiamare la banca il Monte dei Paschi di Roma, la fusione con Mediobanca, un’integrazione che potrebbe generare 16 miliardi di dividendi in 4 anni, oltre a 700 milioni di euro di sinergie immediate, sarebbe stata chiusa in un cassetto perché contraria alle strategie di chi vuole partire da quel 13,5% di Generali detenute da Mediobanca, per ‘catturare’ il Leone di Trieste e portarlo in gabbia nel suo circo romano. La sorte dei dipendenti del Monte, i piani industriali, le strategie di crescita sarebbero stati nelle mani della coppia Maione-Palermo. Presidente e ad che non piacevano nemmeno ai fondi che hanno votato per la lista del cda. E tantomeno piacevano alla Bce.

Dopo lo scampato pericolo, ora un rapido sguardo ai prossimi appuntamenti. Il 23 aprile si insedierà il nuovo cda che eleggerà presidente Cesare Bisoni, ex Unicredit e Bocconi, e ad Luigi Lovaglio. Non fatevi ingannare dai fumogeni lanciati da chi ha perso, dagli articoli sui giornali di famiglia, che  sottolineano come una maggioranza di 8 a 7 in consiglio non sia solida affatto. Il nuovo cda, con banchieri come Passera e Vivaldi e Paola De Martini, consigliera confermata da Assogestioni, non sembra composto da persone vincolate a chi le ha candidate. Un consiglio ha le sue dinamiche, chi sta fuori può gridare quanto gli pare, senza incidere sulle scelte. Il 7 maggio sarà approvato il bilancio del primo trimestre 2026, il 20 maggio sarà pagato il dividendo da 86 centesimi per azione (solo per fare un esempio la Fondazione Mps, con il suo 0,2%, incasserà 5 milioni di euro). E poi Lovaglio andrà spedito per concretizzare la fusione con Mediobanca e il piano industriale per Mps 2030.  

In troppi hanno sottovalutato la forza di Luigi Lovaglio, il legame forte che ha instaurato con i 17.500 dipendenti del Monte dei Paschi, il credito che si è guadagnato per ciò che di miracoloso ha fatto in questi primi quattro anni sulla Rocca, la reputazione che si è conquistata nel mondo della finanza, come dimostrano i voti di Delfin, BlackRock, BancoBpm e Norges Bank. Il meglio deve ancora venire. Conoscendo i miei polli, sono convinto che Siena cercherà di emendarsi proponendo Luigi Lovaglio come Mangia d’Oro 2026. E’ l’unico modo che conosce per lavarsi la coscienza e chiedere scusa per quei silenzi complici e autolesionisti.

*Pino Di Blasio giornalista senese, redattore per La Stampa e ex direttore di “Economia” di QN Quotidiano Nazionale.

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