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Per rendere tollerabile la guerra bisogna raccontarla come un videogioco

Non era mai accaduto che un conflitto venisse narrato con modalità comunicative che confondono e mescolano realtà e finzione. Quando la pillola è troppo amara bisogna addolcirla.

Per rendere tollerabile la guerra bisogna raccontarla come un videogioco
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Agostino Forgione Modifica articolo

23 Marzo 2026 - 15.33


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È paradossale come a volte la finzione cerchi di imitare il reale e il reale la finzione. È quanto sta accadendo in merito alla narrazione della guerra proposta da Usa e Israele ma, in verità, anche dall’Iran. I conflitti come un videogioco: sono molteplici i video diffusi in queste settimane che affiancano riprese di esplosioni e distruzione a clip tratte dal gameplay dei più famosi sparatutto.

A postarli, il più delle volte, non sono i civili. Lo ha fatto la Casa Bianca stessa, che ha accostato le immagini delle operazioni condotte in Iran a quelle di Call of Duty, uno dei più celebri fps (acronimo di first person shooter, trad. sparatutto in prima persona) sul mercato. La simulazione si confonde col reale, prima i frame di un bombardamento finto, poi quelli di uno vero. In sovraimpressione a quest’ultimo, accanto ai veicoli e agli edifici distrutti, appaiono cifre come “+100” che rappresentano i “punti” guadagnati. Ma non si tratta del passatempo di ragazzini di fronte a una console, le macerie e le vittime sono tangibili.

È la prima volta che assistiamo alla gamification della guerra. Certo, nessuno stato ha mai dato in pasto all’opinione pubblica le foto di tutte le povere vittime inermi, i cosiddetti “danni collaterali” come vengono chiamati ora, un’espressione più neutra che le priva persino dell’umanità. Ma nessuno pure era mai stato tanto brutale da accostare la guerra a un gioco. L’intento, ai miei occhi, è chiaro: anestetizzare ulteriormente la nostra sensibilità, già intorpidita da una continua e martellante esposizione mediatica alla violenza.

Così i droni kamikaze vengono antropomorfizzati, un’animazione in stile cartoon li mostra elogiare il proprio Paese e combattere la contraerea nemica in nome della grandezza del proprio popolo. E poi c’è quello in stile Lego, diffuso sempre dai media iraniani, che mostra la disfatta di Israele e dei nemici della patria Trump e Netanyahu come in un corto per bambini. Gli esempi sono innumerevoli e ogni giorno ne escono di nuovi, qualificando il fenomeno come comune ad entrambi gli schieramenti.

La preoccupazione che mi sorge è quella per cui viviamo in una realtà talmente barbara, disumana, che necessita di essere pesantemente edulcorata al fine di risultare accettabile e non turbare troppo. Il rischio che rimanga indigesta è oggettivamente troppo alto per cui viene glassata con abbondante antiacido, altrimenti potrebbe causare fastidiosi reflussi. Bisogna però essere consapevoli che patinando una narrazione, addolcendola con la speranza che sia più facile da ingollare, inevitabilmente aumenta la distanza tra la realtà e la sua rappresentazione. Che per forza di cose esista un fisiologico scarto tra i fatti e come questi vengono riportati è indiscutibile, rappresenta un assunto fondamentale della comunicazione, ma fino a quanto questo può essere esteso? Quand’è che si corre il rischio di raccontare una storia che ha ben poco a che fare con la realtà?

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