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8 Marzo: i provvedimenti del governo ci riportano a modelli della società “anni Cinquanta”

Una data che pone come ineludibile parlare di guerra. Una rilevante e attendibile ricerca sugli adolescenti italiani e la presa su di loro degli stereotipi di genere. E’ necessario che le donne tornino a far sentire forte la loro voce. 

8 Marzo: i provvedimenti del governo ci riportano a modelli della società “anni Cinquanta”
L'opera di Laika per l'8 marzo (Fonte: Ansa.it)
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7 Marzo 2026 - 12.10


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di Lucia Maffei

Nello scegliere un argomento per il commento sull’8 marzo di quest’anno, la guerra mi si imponeva come ineludibile con il suo far parte di un lessico che vogliono per forza che ci diventi familiare, con il suo corollario di corpi di donne che diventano campi di battaglia: come non rendere omaggio con doloroso pudore alle centinaia di bambine iraniane che, simbolicamente e cruentemente sono diventate le prime vittime dell’insensata aggressione di Trump e Netanyahu? E la guerra rimane come un’angoscia che ci accompagna e ci spaventa.

Ma credo anche che si debba partire da noi, dalla nostra realtà e dai nostri diritti per difendere e promuovere quelli di tutti, compreso quello di vivere in pace. Lo spunto è venuto da una notizia che apparentemente poco c’entra con la guerra, ma moltissimo con la nostra società. Credo sia giusto inquadrarla e metterla sotto i riflettori perché questo 8 marzo esca dalla sua logorata immagine e serva a darci degli elementi di riflessione per capire e muoversi.

Si tratta della pubblicazione di una ricerca del Gruppo di ricerca Mutamenti sociali, valutazione e metodi (MUSA) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irpps) sugli adolescenti italiani e la presa su di loro degli stereotipi di genere.  Si legge nel comunicato che accompagna la pubblicazione che “Il campione riguarda 3068 studenti delle scuole superiori romane. I risultati mostrano la presenza nel 2025 di un’adesione medio-alta agli stereotipi di genere nel 62,3% dei rispondenti. Il problema, riguarda maggiormente i ragazzi, ma non ne sono affatto esenti le ragazze. Tra i primi, però, il livello di stereotipia di genere medio-alto è addirittura il doppio che tra le coetanee (79,0% contro 40,2%)”.

“Inoltre, nel confrontare i dati che con quelli dell’ultima indagine nazionale del Cnr sullo stato dell’adolescenza, condotta dallo stesso gruppo di ricerca nel 2022, emerge un altro dato allarmante: questi stereotipi sono più diffusi oggi che in passato, quando l’adesione medio-alta a questo condizionamento sociale sul piano nazionale per la medesima età è risultata pari al 37,9% (20,8% ragazze; 49,2% ragazzi)”. La ricerca è molto articolata e meriterebbe uno studio approfondito.

 Ma comunque i numeri non fanno sconti. La tendenza è allarmante e denota un accentuarsi nel tempo di un fenomeno regressivo. Chiediamoci perché. Non sono certo i ragazzi e le ragazze quattordicenni ad essere responsabili di questo, anzi ne sono le prime vittime. Direi che le risposte sono molteplici e vanno forse ricercate nei mutamenti intervenuti nella società negli ultimi decenni. La scuola ha perduto la sua identità di luogo di formazione alla cittadinanza e ai diritti, le famiglie sono sempre più distratte, spesso anche assillate da problemi economici e di lavoro, incubatrici esse stesse di stereotipi. Riflettiamo sul fatto che i genitori di questi ragazzi sono figli della lunga stagione berlusconiana con la sua distorsione verso modelli edonistici che puntavano a proporre una deriva verso un modello di donna fintamente emancipata, ma non rispettata, semmai esibita, se bella. Il veleno sottile di quegli anni che si accompagnava anche con una emarginazione del valore della scuola come formazione e motore di ascesa sociale, sta dando i suoi pieni frutti adesso.  Non solo, ma i modelli che vengono proposti a questi ragazzi dai media, da certa politica, dal mondo musicale, riflettono una misoginia impressionante. Si sta facendo passare lo sprezzo per le donne nelle battute, nei comportamenti come riconquistata libertà di espressione.

Ma al dato sociologico secondo me si affianca anche un dato politico: negli ultimi anni c’è stato un progressivo restringimento dei diritti di libertà di tutti e delle donne in particolare. Libertà, infatti, significa salvaguardia della salute, anche riproduttiva, significa servizi che consentano di alleviare i compiti di cura di bambini e anziani, significa un lavoro stabile e dignitoso, significa essere protetti da discriminazioni sul posto di lavoro, significa infine essere sicure nelle strade nelle strade e sicure di essere ascoltate e credute con empatia e professionalità se, aggredite, denunciamo uno stupro.

Ma cosa succede oggi in Italia, con questo governo guidato da una donna che tanta empatia e sorellanza prova per le altre donne da pretendere di essere chiamata “il Presidente del Consiglio”?

Ci aiuta a capire meglio come il governo accompagna o ostacola gli interventi che favorirebbero la piena libertà femminile e contrasterebbero nei fatti l’ideologia sessista uno studio della Fondazione Feltrinellli sulla manovra finanziaria 2026 dal titolo significativo “Indietro tutte: come la manovra Meloni rafforza le disuguaglianze di genere”: mancati o insufficienti sostegni al lavoro stabile e a tempo pieno per le donne con figli, tanto da incentivare di fatto la rinuncia al lavoro da parte delle donne,  distribuzione di bonus invece che aumento di servizi di cura e assistenza per i figli e gli anziani che si trasforma ancora una volta in una non indipendenza economica. Politiche oltretutto in netto contrasto con l’obiettivo dichiarato di incentivare la natalità. 

A questo possiamo aggiungere il passo indietro drammatico sulla legge sulla violenza sessuale e il processo conseguente con il ribaltone Buongiorno che prevederebbe che fosse la donna a provare la propria resistenza alla violenza per arrivare alla premier che si dice contraria alle quote rosa proprio durante la cerimonia per la celebrazione del primo voto alle donne e infine con la proposta della Presidente del Consiglio e della ministra Roccella di abolire le consigliere di parità regionali. In tale quadro anche il muro contro l’introduzione generalizzata dell’educazione sessuo-affettiva e alla relazioni in ogni scuola, contro il salario minimo, contro il congedo parentale paritario obbligatorio, tutte proposte presentate in Parlamento dalle opposizioni, contribuiscono a creare un quadro dì’insieme preoccupante.

Se si uniscono in un disegno unico i punti che ho sopra citato esce il ritratto di una donna relegata ai lavori di cura, scarsamente indipendente economicamente e abbandonata anche nei suoi momenti di maggiore fragilità. Siamo agli anni ’50. E se anche i ragazzi che hanno risposto a quel questionario non sono informati di questi temi, gli effetti di un clima regressivo li sentono tutti e i loro pensieri ci chiamano in causa. Forza donne, forza ragazze, dobbiamo ancora una volta rimboccarci le maniche.

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