Tassa etica. È questo il nome dell’addizionale IRPEF, del ben 25%, che si applica al reddito di chi produce, distribuisce o vende materiale pornografico e di incitamento alla violenza. Un balzello introdotto nel 2006 dal governo Berlusconi – sì lo so, fa quantomeno sorridere ma è così – rimasto per lo più sottaciuto finora e di cui si discute seriamente solo in queste settimane. A riproporre il tema creator e altri liberi professionisti del mondo hard, che si lamentano di dover sottostare a un’aliquota marginale che può arrivare a toccare il 68%, la più alta al mondo. Un’autentica follia, che ha portato i Radicali ad avviare una proposta di legge popolare per abolirla che, dal 22 gennaio a oggi, ha raccolto più di 5mila firme su 50mila necessarie.
Che l’Italia sia un paese profondamente sessuofobo, di fatto, è una constatazione da cui chiunque minimamente savio non può sfuggire. Più volte ho scritto di come gli strascichi di un cieco conservatorismo puritano, imparentato con l’educazione cattolica più ‘bacchettona’, continuino ancora a influenzare la politica e la morale comune portando, il più delle volte, a paradossi e situazioni al limite del grottesco. Ne rappresentano un fulgido esempio, tanto per dare un po’ di contesto, le nuove disposizioni in tema di educazione sessuale, che rimettono l’insegnamento della materia alla volontà dei genitori, di fatto trattandola come un qualcosa di potenzialmente pericoloso o quantomeno sgradevole. In sunto, come ho commentato in passato, per parlare di sesso e di affettività a un minore serve l’autorizzazione proprio come se volesse andare a sparare al poligono
Tornando al tema dell’articolo è tuttavia una la domanda che mi sorge spontanea: secondo quali criteri l’economia può stabilire cosa sia etico o meno ed è davvero possibile delinearlo in modo universalmente valido? Ma soprattutto, è giusto che lo faccia? Ad esempio, se c’è qualcosa che credo non lo sia, è che un imprenditore venda un capo a più di dieci volte il costo di produzione e a un prezzo pari allo stipendio di chi lo ha cucito, se va bene. Oppure, tanto per farne un altro, che esistano lavoratori costretti al gelo e a massacranti turni notturni a centinaia di chilometri da casa per manco dieci euro l’ora. Lavoratori che, come la cronaca tristemente ci ricorda, tra tutti questi stenti talvolta ci lasciano le penne.
Ecco, se proprio devo dirlo, credo esistano situazioni molto meno etiche rispetto a campare registrando e vendendo contenuti pornografici. Anzi, per quella che è la mia morale non credo ci sia assolutamente nulla di male. E poi, al netto di ogni ipocrisia, penso sia giusto dircelo chiaramente: i porno li guardiamo tutti e a tutti fa piacere farlo. Tanto che Pornhub, nel suo ultimo report, menziona gli italiani come quarti in Europa per consumo. Come sempre: moralisti di facciata, molto meno tra le mura domestiche.