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Disturbare il presente: Gramsci 135 anni dopo

Giovedì 22 gennaio ricorre il 135º anniversario dalla nascita di Antonio Gramsci, intellettuale e militante politico la cui produzione teorica continua ad essere studiata e discussa ben oltre il suo tempo.

Disturbare il presente: Gramsci 135 anni dopo
Antonio Gramsci
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22 Gennaio 2026 - 17.42


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di Silvia Marchi

Ci sono pensatori che non stanno buoni nel loro tempo. Non si fanno archiviare, non diventano citazioni eleganti da sfoderare a fine convegno. Antonio Gramsci è uno di quelli che continuano a dare fastidio. Non perché lo si debba venerare, ma perché il suo modo di guardare la società nasce da crepe reali, personali e collettive, da luoghi e condizioni che la narrazione dominante ha sempre preferito tenere ai margini.

Gramsci nasce nel 1891 in una Sardegna povera, marginale, lontana da tutto ciò che contava davvero nell’Italia di fine Ottocento. Cresce fuori dai salotti, fuori dalle università che contano, fuori dal centro. Il trasferimento a Torino per gli studi universitari non è solo uno spostamento geografico, ma un salto dentro una realtà industriale e conflittuale che lo costringe a misurarsi con il lavoro, la militanza e con una cultura che non è mai neutra. È lì che la sua vita smette di essere solo sua e diventa pensiero politico. Senza scorciatoie, senza illusioni rassicuranti.

A Torino, la sua vita politica si intreccia in modo diretto con la pratica e la scrittura. Con la fondazione del Partito Comunista Italiano tenta di tradurre le idee in azione concreta, dando voce a soggetti sociali esclusi dalla rappresentazione dominante e mettendo in discussione le strutture di potere esistenti. Il suo lavoro giornalistico e i suoi studi culturali mostrano come il potere non operi soltanto attraverso leggi ed economia, ma anche tramite valori, narrazioni e consenso che tendiamo ad accettare come naturali.

Neanche il carcere ferma questo percorso. Nei Quaderni dal carcere Gramsci scrive alcune delle pagine più scomode del Novecento. Egemonia culturale, subalternità, costruzione del consenso: categorie che non addolciscono la realtà, ma la rendono più difficile da ignorare, perché obbligano a interrogarsi su come si formano le idee e, soprattutto, a chi fanno comodo.

Ridurre oggi Gramsci a un esercizio accademico o a una citazione elegante significa non averlo capito. Il suo pensiero è utile proprio perché funziona come una lente: aiuta a leggere il modo in cui media, politica e discorsi pubblici costruiscono ciò che appare normale e inevitabile. Serve a capire la polarizzazione, la disinformazione, le strategie culturali dei partiti che presentano come destino quello che è frutto di scelte precise. Chi lo ignora, o lo riduce a slogan, finisce spesso per riprodurre proprio quei meccanismi che Gramsci aveva messo in discussione.

Parlare di Gramsci vuol dire accettare che la politica non vive solo nei palazzi, ma nel linguaggio, nel senso comune, nelle abitudini quotidiane. È per questo che continua a essere studiato, discusso e anche evitato: perché crea disagio. E lo fa ancora oggi, a decenni dalla sua morte.

La sua attualità non sta solo nelle teorie, ma nel metodo. Gramsci tiene sempre insieme esperienza e riflessione, individuo e società. Mostra che ciò che chiamiamo “normale” non è naturale, ma costruito. Una consapevolezza scomoda, perché rende molto più difficile accettare disuguaglianze e ingiustizie come semplici incidenti di percorso.

Nei dibattiti di oggi, Gramsci serve proprio a questo: a smascherare chi finge neutralità, a ricordare che le strutture culturali modellano opinioni e comportamenti in modo sistematico. È questa sua capacità di disturbare, di costringere a guardare dietro ciò che sembra ovvio, che tiene viva la sua eredità.

Alla fine, parlare di Gramsci significa ammettere una cosa semplice e fastidiosa: la politica non è mai neutra. Far finta di niente non protegge, non rende più liberi. Anzi, rende solo più facile adattarsi a un mondo ordinato secondo logiche che favoriscono sempre gli stessi. Ed è per questo che Gramsci continua a irritare. E, con ogni probabilità, continuerà a farlo ancora a lungo.

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