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L'eterno duello tra il giornalismo d'inchiesta e il triangolo del potere

Riflettendo sul caso Watergate di cinquant’anni fa non si può fare a meno di ragionare sul caso Assange, sul potere delle piattaforme fino alle minuzie di casa nostra

L'eterno duello tra il giornalismo d'inchiesta e il triangolo del potere
I due giornalisti del Washington Post, Woodward e Bernstein, alla prima del film “Tutti gli uomini del Presidente” che racconta la loro inchiesta
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Marcello Cecconi Modifica articolo

27 Febbraio 2024 - 18.13


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«È un’accusa infondata e comica dire in giro per il mondo, così come fa l’internazionale della sinistra, che in Italia c’è un pericolo per la libertà di stampa: significa diffamare l’Italia. È un atteggiamento delinquenziale…le distorsioni sono quelle di una Rai che è l’unica tv pubblica ad attaccare il Governo». Era il 14 settembre del 2009 quando il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi rispondeva così a Bruno Vespa. Il duello tra il giornalismo d’inchiesta e il potere politico, economico e giudiziario è un capitolo in costante evoluzione dopo le grandi rivoluzioni del XVIII° secolo. E l’Italia non fa eccezione.

Il Cavaliere faceva i nomi di Anno zero, Report, Ballarò e di altri programmi di seconda serata di Raitre nella sua risposta, piccata, alle accuse della sinistra. Il suo era l’ultimo governo di centro-destra, affondato dallo spread, primo di quello attuale più spostato a destra e che, memore delle lamentele di Berlusconi, ha subito tagliato molte delle “distorsioni” della Rai, per limitare quello che è considerato il disturbante quarto potere: l’informazione.

Ma non è solo a destra che fa paura il controllo della stampa. L’occhio puntato sulle conferenze arabe, sulla fondazione Open e sugli incontri “casuali” nelle aree di servizio, ha fatto perdere le staffe anche a Matteo Renzi che ora può rispondere dal Riformista, il quotidiano che è andato a dirigere. Insomma pare che quel ruolo di controllo sia spesso scambiato per invasione del “privato” con il tentativo di derubricarlo a operazioni di militanza politica ammantato da giornalismo d’inchiesta e così delegittimandolo dal vero ruolo: correttivo del potere e dell’esercizio dello stesso nei confronti dei cittadini.

L’esempio paradigmatico di questa dinamica è lo scandalo Watergate. Il primo marzo del 1974, proprio cinquant’anni fa, e grazie al lavoro dei due giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post, sette persone dell’amministrazione governativa repubblicana furono accusate di cospirazione e ostruzione della giustizia costringendo il presidente Richard Nixon a dimettersi qualche mese dopo. L’uso dei poteri presidenziali per coprire le attività illegali e manipolare l’opinione pubblica rappresentò un abuso inaudito di fiducia nel paese icona della democrazia e della stampa libera.

Il duello è continuato però anche dopo perché i diversi poteri non si arrendono così facilmente riuscendo a plasmare un’arte sempre più raffinata di resistenza nei confronti del giornalismo d’inchiesta che, da parte sua, si evolve attraverso il mondo della rete e delle piattaforme.

Lo dimostra il caso dell’hacker e giornalista americano Julian Assange che pubblicò nel 2010 sul suo sito Wikileaks oltre 700.000 documenti in gran parte coperti da segreto e che dimostravano crimini di guerra, fra cui in particolare l’uccisione di 18 civili iracheni durante l’attacco di un elicottero militare americano a Baghdad nel 2007. Oggi Assange ha continuato a sfuggire alla richiesta d’estradizione del suo Paese e, dopo varie peripezie, è in carcere a Londra dal 2019 e dove la l’Alta Corte ha rinviato da poco la decisione sulla possibilità di Assange di opporsi all’estradizione negli Usa.

La concentrazione di mezzi di comunicazione nelle mani di pochi giganti corporativi può limitare la diversità di opinioni e ostacolare il giornalismo d’inchiesta. L’era delle piattaforme facilita la manipolazione dell’informazione con le campagne di disinformazione online e l’uso di algoritmi che filtrano le notizie e, quando questo non basta, c’è la censura digitale di profili decisa dai grandi “padroni del social-vapore” Zuckerberg e Musk, un’arma sofisticata puntata contro il giornalismo d’inchiesta.

Il Watergate, con le sue lezioni indelebili, rappresenta una tappa fondamentale, ma la battaglia per la verità continua e la responsabilità di proteggere il giornalismo d’inchiesta e garantire la trasparenza deve rimanere una priorità per una società che aspira a essere libera, giusta e informata.

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