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Patriarcato: perchè parlarne con consapevolezza

Una parola usata e abusata dai media e dalla politica. è importante diffondere una consapevolezza sempre maggiore dei suoi significati

Patriarcato: perchè parlarne con consapevolezza
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14 Dicembre 2023 - 15.06


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di Margherita Degani

E’ di nuova alla ribalta questo termine, messo sotto la luce dei riflettori dalle testate nazionali e locali, dalle reti di comunicazione e dalle voci di protesta che si alzano dalle piazze. Una parola che merita di essere analizzata e certamente compresa, ma che spesso è anche abusata dai più svariati ambienti.
Vediamo però l’etimologia del temine che deriva da Patriarca, dal latino medievale Patriarchatus, che letteralmente significa “legge del padre”. L’origine è però da rintracciare nella lingua greca e nasce dalla fusione di “Patria”, intesa come “discendenza, stirpe” con il verbo “Archein”, ovvero “comandare”. Alla luce di tutto questo, è semplice riscontrare il significato più diffuso storicamente: quello di un dominio da parte del capo famiglia poi trasformatosi, nella modernità, in un sistema sociale all’interno del quale il potere domestico, politico ed economico è detenuto prevalentemente da uomini adulti. Per estensione, si intende anche un insieme di pregiudizi socio-culturali, tanto infondati quanto radicati, che determinano atteggiamenti di violenza e prevaricazione nei confronti dei soggetti ritenuti più deboli.

Gerda Lerner – docente, scrittrice e storica- sostiene fermamente che il termine Patriarcato abbia ormai un significato ristretto e poco funzionale, non necessariamente aderente ai modi di impiego che ne fanno anche i movimenti femministi e di emancipazione. Riferendosi ad un sistema che si radica nel diritto e nella tradizione greco-romana, sembra implicare un periodo storico circoscritto, che si muove dall’antichità fino alla concessione dei diritti civili alle donne (XIX sec.). E’ tuttavia problematico, perché in seguito il dominio maschile ha semplicemente assunto nuove forme. In termini più ampi, quindi, dovrebbe indicare l’istituzionalizzazione e la manifestazione di tutte le forme di potere maschile su donne e bambini, all’interno del nucleo familiare così come dentro alla società in generale, che privano il genere femminile della possibilità di accesso a quello stesso potere.

Strettamente legata alla parola in questione è anche quella di “Paternalismo”, molto adatta a rappresentare il tipo di interazione che spesso si sviluppa tra il gruppo dominate e quello subordinato, dove la prevaricazione è smorzata da obblighi e diritti reciproci: la sottomissione è barattata con la protezione ed il lavoro non retribuito con il mantenimento, ad esempio.

Se volessimo tracciare una breve parabola storica, dovremmo innanzitutto rivolgerci al Pleistocene. Sembra infatti che la maggior parte delle società preistoriche fosse fondamentalmente egualitaria e che questa condizione si sia modificata circa seimila anni fa, con l’avvento di significativi mutamenti sociali e tecnologici quali la scoperta dell’agricoltura e dell’elevamento di animali. Le teorie marxiste, poi divise in varie correnti interpretative, individuano la nascita della diseguaglianza nell’originaria divisione dei compiti; la caccia ed il lavoro nei campi da parte degli uomini sarebbero stati monetizzati nel corso dei successivi sviluppi capitalistici, iniziando anche a godere di maggior rispetto, a differenza di quanto toccato alla gestione  e cura domestiche.

E’ poi Giustiniano I, nella fase tardo-antica, con il Diritto Bizantino a rafforzare il patriarcato attraverso una serie di provvedimenti restrittivi nei confronti delle donne e del loro legame con i mariti: solo a loro sono richieste assoluta obbedienza ed assoluta fedeltà. Si stabilizza, in questo modo, anche la patrimonializzazione delle eredità per linea maschile. Questo non deve spingere a pensare che siano mancate delle eccezioni nelle epoche seguenti – basti pensare all’esistenza di alcune Imperatrici o all’influenza politico-culturale esercitata da alcune esponenti femminili. Resta però il radicamento sempre più profondo alle norme di una società gestita dagli uomini, ulteriormente legittimata nel 1653 da Filmer, con la sua opera intitolata Patriarcha; egli difendeva il diritto divino dei re a possedere il titolo ereditario, in quanto discendenti diretti di Adamo, primo essere umano sulla terra. Le lotte a questo sistema iniziano solo tra Ottocento e Novecento, secondo modalità è tempistiche molto diverse. Le suffragette che si battono per il voto e l’eleggibilità sono le nuove protagoniste della scena. Ciò che reclamano è la possibilità di essere parte integrante della propria realtà, in quanto individui e cittadini attivi, smettendo i soli panni di angeli del focolare. Dal ’68 ad oggi le rivendicazioni si sono inevitabilmente intensificate, per una libertà ed una emancipazione sempre più grandi, puntando anche alla possibilità di decidere sul proprio corpo e affrancandosi maggiormente dalle dipendenze maschili.

Ma quali sono attualmente le manifestazioni di questo Patriarcato? Innanzitutto una disparità legata al lavoro – dove il ruolo professione delle donne non viene sempre riconosciuto- alle istituzioni politiche ed alle dinamiche familiari interne; l’esistenza di aspettative spesso rigide in merito ai ruoli ed ai comportamenti che ci si aspetta dai membri dei due sessi. La mancanza di rappresentanza, che si traduce nell’assenza di norme che tengano conto delle esigenze e delle prospettive femminili; ultima, ma non meno importante, la violenza di genere in tutte le sue forme e sfumature. E’ interessante prendere in considerazione anche i casi in cui le stesse donne si fanno nemiche delle altre, senza esserne del tutto consapevoli, mostrando gli effetti forse più tristi di una forte interiorizzazione culturale del fenomeno. Del resto, Bourdieu ha parlato di tre differenti gradi di violenza: simbolica, politica e sistemica. La prima, in particolare, è una violenza cognitiva non consapevole, ma profondamente incorporata e appresa durante i primi processi di socializzazione; è proprio entro i loro confini che si apprende come collocarsi all’interno del mondo, a riconoscere i ruoli, nonché a mettere in atto le strutture linguistiche.

Senza che la parola Patriarcato debba essere usata con leggerezza e piegata alle urla di accusa nei confronti di tutto un genere maschile che non può sempre essere considerato piatto, omogeneo ed ugualmente colpevole di quello che accade, è tuttavia importante diffondere una consapevolezza sempre maggiore dei suoi significati. Capire qualcosa in più sulla società, comprendere le dinamiche di sviluppo dei fenomeni culturali e le modalità di interazione tra i gruppi non può far altro che offrire, tanto agli uomini quanto alle donne, la possibilità di porre le basi per una realtà migliore.

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