Essere una donna, essere una partigiana: la storia di Renata, Norma e Osmana | Culture
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Essere una donna, essere una partigiana: la storia di Renata, Norma e Osmana

Le vicende delle tre donne, vissute tutte nenegli stessi anni, quelli della Resistenza Italiana, ma nessuna di loro si incontrerà mai. Eppure, a sentire le loro storie vien voglia di credere che abbiano trovato il modo di conoscersi davvero.

Essere una donna, essere una partigiana: la storia di Renata, Norma e Osmana
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17 Aprile 2023 - 18.07


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di Giulia Bientinesi

Renata Viganò (Bologna, 17 giugno 1900 – Bologna, 23 aprile 1976. Scrittrice, poetessa e partigiana italiana)

Norma Parenti (Grosseto, 1 giugno 1921 –  Grosseto, 23 giugno 1944. Partigiana seviziata e fucilata per mano dei nazisti. Medaglia d’oro al valor militare alla memoria)

Osmana Benetti (Livorno, 1923 – Livorno, 2016, Partigiana e staffetta. Ottiene la Livornina, onorificenza del Comune di Livorno, per il suo mirabile impegno durante la Resistenza)

In mezzo a chi non aveva paura di essere catturato, seviziato, pestato di botte e infine ucciso, ci sono anche delle donne, la cui voci facevano ben valere accanto a quelle dei tanti uomini partigiani. Voci talvolta possenti e vigorose come quelle di chi imbracciava fucili e forconi, altre volte più silenziose ma calde e avvolgenti come quelle di una madre che sa accogliere e proteggere. Perchè quando si parla di battaglie compiute per la liberazione del nostro Paese dal regime fascista e dall’occupazione tedesca, ci vengono in mente molte storie, tra cui queste. Storie di donne che prima di tutto erano mogli, che prima di tutto erano madri, che prima ancora erano figlie e che, da ogni parte d’Italia, hanno dato persino la loro vita in sostengo delle azioni dei loro compagni partigiani.

Così tra le file della Resistenza si intravedono anche loro, le “staffette”, come qualcuno le chiamava: che scelsero di imbracciare le armi o, semplicemente, di trasportare materiale di propaganda, raccogliere viveri e cibo, cucire vestiti, curare e nascondere i feriti o fabbricare documenti falsi, tutte loro furono delle combattenti allo stesso modo, e tutte, allo stesso modo, per amore o per scelta politica, avrebbero consapevolmente deciso di rischiare la propria vita per la liberazione di un Paese, il nostro. Una scelta che le portò anche ad intraprendere, forse per la prima volta e sotto i colpi di una guerra senza pudore, un viaggio verso quella conquista dei propri diritti e della propria libertà che fino a quel momento nessuno aveva creduto importanti.

Quello che leggerete qua sotto non è mai avvenuto, o meglio, solo questo dialogo non è autentico mentre tutto il resto sì: le loro parole, i gesti che raccontano, i sogni che si confidano, la loro lotta, e, soprattutto, la loro morte… niente è più vero di tutto ciò. Leggerete allora la storia di Norma, Renata e Osmana che anche se non si sono mai incontrate e né conosciute davvero, a me piace credere che da qualche parte nel mondo, o anche solo tra queste righe, loro, continuino a parlarsi. Ancora. E ancora. Così:

Osmana: “Ho sentito parlare di te, Norma, fino a Livorno. Molti qui parlano del vostro Raggruppamento “Amiata”, terza Brigata Garibaldi e degli immensi aiuti che state offrendo. Alcuni miei compagni livornesi hanno trovato protezione proprio da voi, nella vostra trattoria a Massa Marittima. Dicono che ci sono delle donne, lì, a Grosseto, proprio come te e tua madre, che sono pronte a dare anima e sangue per i compagni partigiani. Ti ringrazio, a nome delle altre partigiane livornesi, per il vostro sacrifico, per l’amore e il coraggio con cui fate la vostra parte”.

Norma: “Non devi ringraziarci, compagna. Finché avrò voce e forza nel mio corpo darò tutta me stessa per vincere questa battaglia. Per il nostro Paese, per i nostri figli, per i nostri nipoti e per chi verrà dopo di noi. Il popolo massetano è in gran parte dalla nostra, molti non hanno paura di mostrare con orgoglio e fierezza i propri ideali mazziniani, libertari e antifascisti. Fortunatamente non siamo soli, io e la mia famiglia possiamo contare sul sostengo di molti, qui, che ci aiutano a proteggerci. E sai, cara compagna, anche qua giungono voci riguardo alle grandi imprese compiute dai partigiani livornesi. Gioiamo con voi di questo”.

Renata: “Qua a Reggio Emilia, invece, la situazione è spesso difficile. Non è semplice coordinarsi nelle azioni di Resistenza. I nostri uomini fanno fatica, ed è in questi momenti che noi staffette facciamo la differenza. Molte però si tirano indietro. Dicono di aver paura, paura di essere scoperte, di finire morte ammazzate. Vorrei che tutte conoscessero le vostre storie e vedessero il vostro coraggio. Cara Osmana, di te per esempio si dice che sei una donna ‘piccola, piccola’, che porti il 32 di piede, al punto che è facile scambiarti per una bambina… eppure vorrei riuscire a farti vedere quanto sei forte ai miei occhi”.

Norma: “Sì, è vero. Ho sentito dirlo anche io. Dicono che è così che riesci a portare messaggi e nuove munizioni ai tuoi compagni, fingendoti una bambina”.

Osmana: “Non mi hanno mai fermata ai posti di blocco, per ora. Li frego sempre in codesto modo i soldati che vedendomi così piccola mi credono una bambina. E invece sono una staffetta! Ah… quanto voglia avrei di urlarglielo in faccia sbeffeggiandoli, mentre tra i miei seni e nelle calze delle mie scarpe piccole nascondo i messaggi che i partigiani sulle colline della Valle Benedetta inviano agli altri gruppi della Resistenza in città. È facendo questo che ho conosciuto Garibaldo, mio marito. Ci amiamo, siamo insieme in questa guerra. Lui è più grande di me, ma non mi interessa di quello che dice la gente… il paese è piccolo, sapete, e la gente parla. Io però mi sono innamorata di lui fin da subito, da quando mi ha raccontato che è stato arrestato e finito in galera. Continua a fare politica. Mi sta insegnando tanto, come a non avere paura di essere arrestata, nonostante tutti sappiamo che cosa sono pronti a farci una volta presi”.

Norma: “Non devi averne Osmana, ha ragione Garibaldo, e ricorda sempre che la sua, la nostra, non è incoscienza. Conosco e comprendo bene il coraggio di tuo marito, non dimenticare mai perché lo stiamo facendo e prosegui questa lotta anche dopo, fallo per tutte noi. Io non mi fermerò qua, nemmeno dopo la Liberazione. Non mi fermo oggi e nemmeno domani, così come non mi sono fermata il giorno in cui la calma di un caldo pomeriggio di primavera venne interrotta dalle grida di un gruppo di uomini. Erano soldati tedeschi, insieme a cinque o sei militi repubblichini, e io li vedevo scagliarsi contro un corpo già straziato e martoriato. Era solo un ragazzo, si chiamava Guido Radi. Lo hanno trascinato per le vie del centro, costringendo tutti a vedere. Serviva da monito, pensavano di spaventarci facendoci vedere cosa succede a chi si ribella, a chi non rispetta le loro leggi. Abbandonarono quel corpo sul selciato della piazza del Duomo, intorno a lui il vuoto, nessuno osava avvicinarsi, neanche quando quegli assassini erano ormai fuggiti”.

“Io allora avevo 22 anni e avevo partorito da poco; eppure, non potevo rimanere immobile. Così ho recuperato quel corpo devastato, l’ho protetto e tenuto al sicuro fino all’arrivo dei suoi genitori per riconsegnarlo tra le braccia di sua madre. Ancora oggi ricordo quel giorno. Le urla di quei genitori che non avevano più un figlio per colpa di chi, per colpa di cosa”.

Renata: “Sarà difficile cancellare questi momenti dai nostri occhi. Ritorneranno sempre, ti appariranno la notte prima di addormentarti, magari, anche quando questi giorni saranno ormai lontani. Ma sapete, care compagne, questo è un bene. Sarà compito nostro raccontare tutto questo a chi verrà dopo di noi. Io ho un sogno oltre a questo, sapete, ed è quello di diventare una scrittrice. Vi prometto che niente andrà perduto, e niente di tutto questo sarà stato vano. Racconterò queste storie, le vostre, così che dalle pagine ormai ingiallite di un vecchio diario possano arrivare nelle mani e al cuore di tutti”.

“Oggi anche io sono una staffetta, ma sono anche una infermiera e collaboro alla stampa clandestina. Quando sarà tutto finito, invece, diventerò una scrittrice. Vorrei farvi leggere queste pagine… Le sto scrivendo pensando a voi. Un giorno le leggerete, un giorno le leggeranno tutti…”

Osmana: “È un bel sogno il tuo, Renata. Ti auguro il meglio. Lo auguro a tutte e noi, così come ai nostri mariti, figli e compagni partigiani. Forza. È stato un piacere parlare con voi”.

Renata: “È stato bello conoscere le vostre storie e confidarmi”.

Norma: “Sì anche per me, ma adesso devo andare, care amiche mie. Mi giungono voci che qualcuno mi ha tradita. Continuate, continuate sempre a lottare per ciò in cui credete e non dimenticatemi. Buona fortuna. A presto”.

Così Norma Parenti salutò le sue compagne, ma il suo fu un addio. Norma, Osmana e Renata non si parlarono più, né mai riuscirono ad incontrarsi. Quella sera stessa, nonostante i partigiani presenti a Massa Marittima, la superiorità numerica dei tedeschi li costrinse a ritirarsi dopo poche ore. Il marito riuscì a sfuggire da alcuni militi della RSI, ma Norma ormai è braccata come moglie di un oppositore politico e come attivista partigiana. 

La sera del 23 giugno 1944, prima di andarsene da Massa, gli ultimi fanatici militi della RSI e militari delle SS si ricordano di una donna, lei. Tre soldati delle SS, seguiti da un’altra ventina di militi repubblichini, si recano alla locanda della sua famiglia dopo aver appreso da una spia che da alcuni giorni Norma vi ha fatto il suo nascondiglio e la base operativa. Norma e la madre vengono trascinate fuori dal locale che viene devastato con bombe a mano. A Norma, che allatta, strappano il bimbo dal seno, la percuotono, la insultano, gli sputano in faccia, poi mettono madre e figlia contro il muro per la fucilazione. In quel preciso istante una cannonata sparata dall’artiglieria americana cade nella strada. Molti uomini sono feriti ed anche la madre di Norma è colpita gravemente: creduta morta è lasciata nella strada in una pozza di sangue. Gli aguzzini nazifascisti, ormai in ritirata dalla città, conducono Norma sulla strada maestra. Costretti però a proteggersi dal fitto cannoneggiamento americano, imboccano una stradicciola incassata che si apre di fronte alla Porta di San Bernardino e scende verso la valle attraverso un’oliveta. Si fermano in uno spiazzo tra le piante, a ridosso del podere Coste Botrelli, la violentano, poi la torturano e infine la uccidono.

A quelli che le dicevano che era rischioso, che doveva andarsene, lei rispondeva: “Nascondersi, fuggire? È già troppo che vi abbiano costretto mio marito. Io ho il dovere di prendere il suo posto, qui, in città, di fare quello che lui avrebbe fatto”.

Tre giorni dopo si tennero i funerali e la bara, avvolta nel tricolore, attraversò tra la commozione dell’intera città che le rese gli estremi onori quelle strade che l’avevano vista instancabile attivista partigiana. A detta di qualcuno, in mezzo ai tanti volti di quella folla, è sembrato di intravedere anche quelli di due compagne venute lì per lei, Osmana e Renata.

Giovane sposa e madre, fra le stragi e le persecuzioni, mentre sul litorale maremmano infieriva la rabbia tedesca e fascista, non accordo’ riposo al suo corpo ne’ piego’ la sua volonta’ di soccorritrice, di animatrice di combattente e di martire. Diede alle vittime la sepoltura vietata, provvide ospitalita’ ai fuggiaschi, liberta’ e salvezza ai prigionieri, munizioni e viveri ai partigiani e nei giorni del terrore, quando la paura chiudeva tutte le porte e faceva deserte le strade con l’esempio di una intrepida pieta’ dono’ coraggio ai timorosi e accrebbe audacia ai forti. Nella notte del 23 giugno 1944, tratta fuori dalla sua casa, martoriata dalla feroce bestialita’ dei suoi carnefici, spiro’, sublime offerta alla patria, l’anima generosa.

Il sogno di Renata Viganò, invece, di diventare una scrittrice, si avverò qualche anno dopo e quella storia che aveva iniziato a scrivere durante i duri anni della Resistenza pensando anche alle avventure delle sue compagne divenne un vero libro nel 1949. Dopo quel periodo disagiato, ma intriso di sano idealismo esistenziale, Renata scrisse L’Agnese va a morire, così lo intitolò, poi tradotto in quattordici lingue e dal quale il regista Giuliano Montaldo decise di realizzare un film omonimo. Cinque anni dopo pubblicherà, tra le varie cose, un altro libro sul tema della Guerra di Liberazione, Donne della Resistenza. Quel sogno di essere una scrittrice si conclude nel 1976, anno della sua morte, durante il quale uscirà il suo ultimo lavoro, una raccolta di racconti partigiani, dal titolo Matrimonio in brigata.

Osmana, come il marito Garibaldo, si dedicherà invece alla politica e sarà soprattutto alle donne a rivolgersi. Inizialmente prosegue con assemblee in cui, oltre a ribadire l’importanza di sostenere i partigiani, fa opera di convincimento affinché le famiglie e soprattutto i giovani non si uniscano alla Repubblica di Salò, ma parla già anche di prospettive, di futuro, di ricostruzione della città e del suo tessuto sociale. Fonderà, insieme ad altre, i Gruppi di Difesa della Donna, organizzazione nata nel 1943 con l’intento di organizzare una rete di aiuti alle famiglie di carcerati e partigiani e, soprattutto, di promuovere la Resistenza femminile in ogni ambiente sociale. Nel dopoguerra Osmana continuerà la sua attività politica, contribuirà alla costruzione di nuovi asili nella città di Livorno e si dedicherà per tutta la vita di diritti delle donne. Insieme al marito, fino a pochi mesi dalla loro morte, svolgeranno attività di testimonianza alle nuove generazioni spiegando le motivazioni, i valori e le emozioni profonde vissute da chi come loro hanno partecipato alla Resistenza.

Per le vicende raccontate in quest’articolo sono stati fondamentali i contributi offerti da chi ha avuto modo di conoscere, personalmente o indirettamente, queste donne e altre come loro. In particolare, necessita di un ringraziamento speciale Gabriele Dipaolantonioche si è prestato gentilmente a raccontarmi la storia di Norma Parenti, la quale si lega alle vicende della sua famiglia in quanto cugina del suo bis nonno, e in seguito approfondita con la lettura di alcuni articoli scritti da Carlo Groppi e Riccardo Michelucci.

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