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Elly Schlein vince senza trucchi: perché può rinvigorire un Pd che stava appassendo

Lei sta in televisione, e in pubblico, per ciò che è. Per come è. Ascoltandola i capisce che usa un linguaggio semplice, assertivo, senza ricorrere alle gergalità e gli appelli dei vecchi comizi

Elly Schlein vince senza trucchi: perché può rinvigorire un Pd che stava appassendo
Elly Schlein
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Maurizio Boldrini Modifica articolo

27 Febbraio 2023 - 15.21 Globalist.it


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Commenti su commenti, reazioni su reazioni nella notte in cui Elly Schlein fa sobbalzare tutti. E non fa dormire sogni tranquilli a chi credeva che le cose sarebbero andate diversamente. I Gazebo però non sono i Circoli. Nei gazebo si respira mentre nei circoli spesso si moriva per noia o per asfissia.  L’andamento e il risultato del voto che scompaginano il già visto rendono nervosi i commentatori da salotto e ha scompagina molte scalette (divertente il gioco di rimando e di potere tra i due conduttori de La Sette) di gran parte delle televisioni che, ormai, si sono “votate al sacrificio ed all’amor” per la Meloni. Rai in testa, senza vergogna. 

 E se fosse tutto molto più semplice? Se quel voto volesse dire che i cittadini si erano stancati di quel Pd; di quella cerchia ristretta che non tirava fuori più un ragno dal buco? E se questo volesse dire che serviva una ventata di aria fresca e che, questa giovane donna, scombinando tutto, ha finito per rimettere tutto a posto? I circoli e la mitica organizzazione post comunista e post democristiana erano già stati distrutti, in realtà, dal giovin fiorentino Renzi che, salito sullo scranno, nella voglia di cambiar tutto, aveva finito per distruggere tutto. Tutto: partito, case del polo, giornale. E ora i suoi seguaci già lanciano appelli a nuove rotture, nel tentativo di provocare nuove scissioni, cercando di raccogliere un po’ di malcontento che questo voto creerà. Soprattutto tra coloro chi volevano un Pd lento e sonnacchioso che andava dritto dritto verso la consunzione.  Renzi e i suoi hanno perso l’occasione per tacere e ascoltare ciò che avrà da dire il nuovo Pd. 

Mi è capitato si sentire più volte la nuova segretaria. Tante volte in televisione e una sola volta dal vivo, a Siena, nella città che fu patria dei suoi antenati e dei suoi giochi fanciulleschi. L’ho ascolta ieri sera, dopo la certezza della vittoria. L’ho vista, sia di persona sia in televisione, diversa dagli altri politici. Per la postura che tiene quando parla in pubblico: il corpo non rigido che accompagna il dire come se le parole fuoriuscissero dalla sua corporeità.  Per come sta davanti al piccolo schermo senza lasciarsi andare a fissare immobile le telecamere. Ormai troppi politici puntano lo schermo credendo così di esser molto ammirati. Spesso sembrano delle statuine. La nuova segretaria riesce a scansare questa prassi che è insegnata nei seminari di comunicazione politica. Specie in quelli di Mediaset end company. 

Lei sta in televisione, e in pubblico, per ciò che è. Per come è. Ascoltandola i capisce che usa un linguaggio semplice, assertivo, senza ricorrere alle gergalità e gli appelli dei vecchi comizi dove il capo si erigeva a fornitore di direttive e parlava dall’alto al popolo. Un linguaggio lontano dai sottocodici del politichese e del burocratese. Aver fatto esperienza negli Stati Uniti nelle primarie del partito democratico deve esserle molto servita per fare ciò che ha fatto nelle primarie di casa nostra.  Mi è capitato in questi giorni, in cui i leader dei partiti non fanno altro che mostrarsi e auto-mostrarsi, di rileggere un piccolo e vecchio pamphlet di Arthur Miller su ” I presidenti americani e l’arte di recitare”. Un’analisi divertita sul modo di essere dei presidenti americani, fino a Carter.  Scrive: ” Non è certamente una novità affermare che i politici e gli attori hanno sempre avuto molto in comune, se non altro perché puntano entrambi alla persuasione. Ma con la televisione il fenomeno ha acquisito una dimensione nuova: il potere che l’immagine ha di convincere non grazie alla forza e alla veridicità provata di un argomento, ma grazie allo stile in cui si presentano”. Ecco: lo stile della vincitrice sta nel suo naturale modo d’essere cioè quello di “un’artista” della politica che non deve fare particolari sforzi per convincere il pubblico su ciò che dice. Dice cose nette sulle disuguaglianze. Dice cose vere sull’ambiente e sulla difesa dei lavoratori deboli e sfruttati. Dice cose precise sull’immigrazione.  Dice parole precise sul governo. Non tentenna come hanno tentennato troppo, e troppo a lungo, i suoi predecessori. Dice il vero? Di certo ci si avvicina. 

Del resto si vedrà presto. Il cambiamento se è vero, costringe i protagonisti a mostrarsi subito. Così deve fare Elly Schlein se vuole che il fiore di un’impresa si trasformi nel grande giardino della politica democratica.  A costo di perdere qualcuno che stava nel Pd per conto terzi. Aspettiamo. Come lei ha saputo aspettare e avvicinarsi, un passo avanti e due indietro (il lettore scusi la citazione un po’datata) prima di compiere i decisivi cento passi che l’hanno portata al traguardo.  

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