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Lo stress termico globale colpisce un miliardo di persone in più rispetto agli anni '70

Uno studio su Nature Climate Change rivela l'impennata dei giorni e delle notti afose, con l'Europa meridionale tra le aree più colpite dall'aumento delle temperature percepite.

Lo stress termico globale colpisce un miliardo di persone in più rispetto agli anni '70
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23 Giugno 2026 - 18.37


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Il cambiamento climatico non si manifesta soltanto attraverso il semplice innalzamento delle temperature medie, ma altera profondamente il modo in cui il corpo umano reagisce all’ambiente circostante. Negli ultimi decenni si è registrata un’impennata globale degli episodi di stress da calore, quella condizione critica in cui l’organismo non riesce più a regolare la propria temperatura interna a causa dell’afa eccessiva. Una recente ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Climate Change e condotta dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf), che opera tra le sedi di Reading e Bonn, ha quantificato l’impatto di questo fenomeno.

Se intorno al 1970 lo stress termico estremo interessava il 16% della popolazione mondiale, oggi quella quota è salita al 22%, traducendosi in circa un miliardo di individui in più esposti a rischi per la salute. Tra le aree geografiche che mostrano una maggiore vulnerabilità a questa silenziosa emergenza sanitaria, l’Europa meridionale si colloca in prima linea, affiancandosi a zone storicamente calde come il Nord Africa, il Sud America e la porzione meridionale del continente nordamericano. Nel bacino del Mediterraneo, la media degli episodi acuti è passata dai 112 registrati in passato ai 133 rilevati nell’ultimo decennio, compreso tra il 2015 e il 2024. Questo incremento si traduce concretamente nella presenza di circa 50 giornate e notti in più all’anno caratterizzate da un’afa soffocante e potenzialmente pericolosa rispetto a cinquant’anni fa.

Il merito dello studio, guidato dalla ricercatrice Rebecca Emerton e sviluppato con il contributo di due scienziate italiane attive all’estero, risiede nell’aver colmato un vuoto informativo fondamentale: la carenza di dati storici sulla percezione reale del caldo da parte delle persone. Per farlo, il team ha analizzato i dati meteorologici dal 1950 al 2024 attraverso l’Indice Climatico Termico Universale (Utci). Questo indicatore matematico non si limita a misurare i gradi sulla colonnina di mercurio, ma integra fattori cruciali come il tasso di umidità, la velocità del vento e l’irraggiamento solare, offrendo una fotografia precisa di come il corpo umano risponda effettivamente alle condizioni ambientali esterne.

Dall’analisi dei dati è emerso che il progressivo deterioramento del comfort termico ha subìto un’accelerazione a partire dagli anni ’70, colpendo in modo differenziato il giorno e la notte. Le ore notturne hanno mostrato i segnali di peggioramento più evidenti, con le cosiddette notti tropicali in cui la temperatura percepita è cresciuta al ritmo di 0,32 gradi per ogni decennio; nelle giornate più torride, l’incremento è stato invece di 0,27 gradi ogni dieci anni. Di fronte a fenomeni che diventano sempre più lunghi, frequenti e intensi, gli autori della ricerca evidenziano l’urgenza di adottare strategie di adattamento tempestive per proteggere le comunità, come lo sviluppo di sistemi di allerta precoce, la progettazione di interventi di raffreddamento nelle aree urbane e l’inclusione sistematica dello stress termico nei modelli di valutazione del rischio climatico.

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