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Salute mentale in Italia: la vulnerabilità è ancora un tabù, soprattutto quella maschile

Il MINDex 2026 mette in luce le difficoltà degli uomini nel gestire le emozioni e mostra come l’educazione emotiva ricevuta durante l’infanzia influenzi il modo di relazionarsi agli altri

Salute mentale in Italia: la vulnerabilità è ancora un tabù, soprattutto quella maschile
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19 Maggio 2026 - 08.22


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In Italia soltanto il 9% degli italiani ritiene che si parli apertamente di salute mentale, mentre tre persone su quattro considerano ancora il giudizio degli altri un ostacolo importante. Nonostante questo, oltre la metà della popolazione percepisce un cambiamento in corso e il 52% vede ormai il supporto psicologico come uno strumento essenziale per il benessere personale, percentuale che sale al 70% tra le donne della Gen Z. È il quadro delineato dal MINDex 2026, il Barometro del Benessere Mentale degli Italiani realizzato da Unobravo con Ipsos Doxa in occasione del mese dedicato alla Consapevolezza sulla Salute Mentale. L’indagine, quest’anno focalizzata sull’educazione emotiva, mette in luce soprattutto le difficoltà del mondo maschile nel gestire le emozioni.

Sebbene il 40% degli uomini si definisca molto consapevole della propria emotività, soltanto il 15% sostiene di riuscire davvero a gestire i propri comportamenti. La ricerca evidenzia infatti come la consapevolezza non corrisponda necessariamente alla capacità di affrontare situazioni emotivamente difficili. Inoltre, appena un uomo su tre dichiarerebbe di rivolgersi senza esitazioni a un professionista in caso di bisogno, contro oltre la metà delle donne.

Secondo Danila De Stefano, CEO e founder di Unobravo, gli uomini tendono ancora oggi a percepire vulnerabilità ed emotività come elementi distanti con il modello educativo ricevuto. Questo porta spesso a chiedere aiuto tardi, quando il disagio è già difficile da affrontare. La campagna 2026, sostenuta dalla no-profit Mica Macho, punta proprio a incoraggiare gli uomini a superare esitazioni e a rivolgersi a un supporto psicologico. La ricerca mostra anche come l’educazione emotiva ricevuta durante l’infanzia continui a influenzare profondamente il modo di relazionarsi agli altri. Più di tre quarti degli italiani riconoscono infatti che il rapporto in famiglia ha inciso sulla propria vita adulta. Eppure, solo una persona su quattro è stato educato alle emozioni.

I dati raccontano una realtà familiare spesso caratterizzata dal silenzio o dalla minimizzazione delle emozioni: soltanto 2 italiani su 10 affermano che i genitori sono stati d’aiuto a dare un nome a ciò che provavano. Per oltre la metà del campione il tema veniva affrontato in modo discontinuo oppure evitato, mentre nel 10% dei casi era scoraggiato parlare delle proprie emozioni. Le donne Baby Boomer sono quelle che più hanno subito una cultura del silenzio emotivo, mentre tra i giovani uomini il 26% riferisce infatti di aver ricevuto un concreto sostegno emotivo da parte dei genitori.

Anche tra le nuove generazioni, Gen Z (18-29 anni), oltre il 40% sostiene di comprendere bene il proprio mondo interiore, ma solo uno su dieci afferma di riuscire a gestire pienamente le emozioni e a riflettere prima di reagire. Tra le giovani donne, invece, appena una su quattro dichiara di avere una piena comprensione della propria interiorità. Dall’indagine emerge inoltre che amore e affetto sono i sentimenti più difficili da affrontare all’interno della famiglia per circa un terzo degli italiani. Nei giovani uomini, però, il sentimento che resta più spesso inespresso è la felicità, mentre per le coetanee tristezza e rabbia.

Corena Pezzella, Clinical Manager e psicoterapeuta di Unobravo, sottolinea come l’alfabetizzazione emotiva contribuisca a mettere le basi per imparare a stare in contatto con ciò che si prova, senza evitarlo e senza esserne sopraffatti. In una società in cui la vulnerabilità è talvolta vissuta come un tabù, spiega, restituire alla paura e alla rabbia il loro valore di segnali può favorire una maggiore consapevolezza del proprio vissuto e contrastare il senso di isolamento emotivo.

Il cambiamento, comunque, sembra già partito. Un genitore su due dichiara infatti di voler adottare un approccio opposto rispetto a quello ricevuto. Complessivamente il 66% considera prioritario insegnare ai bambini a parlare apertamente delle emozioni, anche se il tema resta più sentito tra le donne: tre su quattro lo ritengono fondamentale, contro poco più della metà degli uomini.

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