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Ariston, la dittatura del "politicamente rassicurante"

Il Festival sta cercando in tutti i modi di essere “perfetto”, ma in realtà sta solo diventando un evento che vorremmo solo che finisca presto.

Ariston, la dittatura del "politicamente rassicurante"
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28 Febbraio 2026 - 15.47


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di Christopher Catania

La quarta puntata del Festival ci lascia alquanto increduli: sono diversi gli episodi che possiamo definire imbarazzanti. La serata delle cover è stata molto più briosa e “spettacolare” rispetto alle precedenti, grazie soprattutto agli ospiti che hanno affiancato i big e ai co-conduttori come la modella Bianca Balti e l’attore comico Alessandro Siani. A loro va riconosciuto il merito di aver cercato di alleggerire la serata.

Per quanto riguarda Balti a ogni cambio d’abito ci ha illuminato con un’aura affascinante, grazie anche ai quattro look tutti firmati Valentino. E se non fossero bastati solo gli abiti a sedurre il pubblico e a dare una boccata d’aria fresca ci hanno pensato i gioielli Bulgari, che rendevano i look ancora più interessanti e lussuosi. Un altro outfit che ha destato l’interesse generale è stato quello di Cristina D’Avena ,che affiancava le Bambole di Pezza con un look Rock and Roll in netta contrapposizione con le canzoni che siamo abituati ad ascoltare dalla cantante. Ma la scoperta più interessante è stata la coppia tra Tony Pitony e Ditonellapiaga che con la canzone “The lady is a tramp” ci ha fatto credere che questo Festival non è proprio da scordare del tutto, ma che al contrario alcune esibizioni meritano di essere ricordate.

Se da un lato alcuni spaccati sono stati degni di plauso, non si può dire altrettanto di altre parentesi. Come la presunta censura (il regista ha dichiarato non se ne sia neppure accorto) del bacio che si sono date Levante e Gaia. Questo gesto è stato la goccia che fa traboccare il vaso; è vero che buona parte delle esibizioni finiva con un campo allargato, però è altrettanto vero fosse intuibile come avrebbero terminato la performance. Adottare la stessa direzione di regia è stata, dunque, una scelta quantomeno discutibile. Tutto ciò fa nascere un quesito: la scelta è stata la conseguenza di una forte pressione governativa oppure una svista in totale buona fede? Ma ci sono anche altri gesti che hanno fatto storcere il naso, come il continuo ricordare da parte dei conduttori della malattia vissuta da Bianca Balti, ribadendo con ovvietà la forza e il coraggio che ha avuto. È importante ricordare a Carlo Conti che la Balti non è solo “la ragazza che ha sconfitto il cancro”.

Non si può pretendere di essere il palcoscenico della modernità italiana se, al contempo, si cede il passo a una pruderie che scambia la sensibilità pubblica con la (probabile) censura di un bacio, o se si riduce una figura complessa come quella di Bianca Balti a mero oggetto di un voyeurismo mediatico, che ne svilisce la storia personale in nome di un vittimismo retorico. Quando la televisione pubblica preferisce rassicurare i palazzi del potere anziché cavalcare l’onda naturale della società, finisce per trasformare il Festival in un museo delle cere patinato, bello da vedere, ma privo di quel battito vitale che dovrebbe essere il cuore pulsante di ogni grande evento culturale e che dovrebbe rappresentare la nostra società.

La serata conferma il volto bifronte della kermesse: da una parte l’intrattenimento, capace di regalare rari momenti di freschezza con un accenno di sperimentazione artistica, dall’altra un’istituzione televisiva che, pur vestita di alta moda e lusso, fatica a liberarsi di un imbarazzante anacronismo.

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