Di Enea Russo
La FIGC targata Malagò aveva preso una la strada: affidare la dirigenza della Nazionale al duo Maldini-Leonardo, conferendo loro pieni poteri decisionali e iniziare un nuovo ciclo. Una mossa che avrebbe potuto ridare vita a una Nazionale ormai defunta sul piano sportivo. Ma poi è scoppiato, come un temporale estivo, il caso Pirlo creando un effetto domino che ha reso quella strada impraticabile.
Infatti, è durata poco più di quindici giorni l’avventura di Paolo Maldini e Leonardo ai vertici della Nazionale. Il progetto degli ormai ex dirigenti era quello di cercare un allenatore che rinnovasse il calcio italiano. Il primo nome sulla lista era quello di Pep Guardiola, ma lo spagnolo ha declinato l’offerta. Gli altri candidati rimasti erano: Roberto Mancini, che ha anche di un buon rapporto con il presidente Malagò, Antonio Conte, il preferito della Lega Serie A, e Andrea Pirlo, seconda scelta di Maldini e Leonardo.
Proprio quando sembrava tutto fatto per di Pirlo sulla panchina azzurra, si è scatenato un vero e proprio caso mediatico nel quale ci s’è buttata subito anche la politica. Alcuni ministri e molti onorevoli – come Carlo Calenda e Pina Picierno – non lo volevano alla guida della nazionale in quanto secondo loro, il campione del mondo del 2006 aveva la colpa di essere , anche se indirettamente, un propagandista della Russia. Questa accusa derivava dal fatto che Pirlo è il global ambassador di Fonbet, società di scommesse russa. Effettivamente poteva anche farne a meno.
Questa “russofobia” ha contagiato anche Malagò, che ha immediatamente interrotto le trattative con Pirlo che ha visto così preclusa questa possibilità. Leggerezza? Intrusione della politica ? Comunque sia l’ episodio è molto grave, visto che la candidatura dell’ex allenatore di Juventus e Sampdoria era tra quelle prese seriamente in considerazione anche dal presidente della FIGC. Niente Pirlo, punto a capo.
d’altra parte si sa che il nostro calcio non sia realmente libero ma, anche nel recente passato, governato da figure lontane dallo sport e che, evidentemente, hanno altri tipi di interessi. Questa decisione di Malagò, ha conseguentemente creato una profonda frattura nel rapporto con il duo Maldini-Leonardo, che hanno deciso di dimettersi dai propri incarichi dirigenziali. Forse anche loro dovevavo stare più attenti a certe regole e comunque non obbligatoriamente dovevano dimettersi. Basta una leggera autocritica e la loro strada sarebbe proseguita.
La scelta di Mancini come nuovo commissario tecnico, subito dopo l’addio di Maldini e Leonardo, dà un forte senso di déjà-vu, con la certezza che certi legami restino in eterno. D’altra parte anche lo stesso Mancini qualche piccola peccato veniale lo aveva commesso per il mondo in cui aveva lasciato la nazionale per andare a beccarsi i soldi dai potenti sceicchi. Ma lui se l’è cavata chiedendo timidamente scusa e così tutti, in Federazione, vissero felici e contenti.
Questo tipo di atteggiamenti non appartengono solo al calcio italiano, ma anche quello mondiale: basta vedere i numerosi scandali legati all’ultima Coppa del Mondo, con il presidente della FIFA, Infantino, che ha avuto delle influenze di stampo trumpiano sull’organizzazione della competizione, l’esempio più chiaro è il caso Balogun. Episodi come questi raccontano un calcio governato da dirigenti che privilegiano il business a discapito dello sport, trasformandolo in un semplice mezzo per raggiungere un fine economico. E tanto per essere più espliciti oggi Infantino, che si è montato la testa, vorrebbe vendere i Mondiali agli sponsor o ai dei ricchi miliardari. Ma su questo torneremo.
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