di Caterina Abate
Ve lo immaginate nel 1973 Tim Curry al provino del Rocky Horror Show (non era ancora Picture) portare Tutti Frutti di Little Richard? Io me lo immagino, e penso che non deve essere mai esistito qualcosa di più bizzarro e al contempo adeguato. Vero è che Tim Curry non è stato solo Frank’n’Furter, ma di cerco non esisterà mai più nessuno che ci sussurrerà come era capace lui “Don’t dream it. Be it”. Grazie al musical di Richard O’Brian, dagli anni ’70 generazioni di freak si sono in qualche modo sentiti amati e compresi, degni di sentirsi liberi o semplicemente degni di poter vivere nella propria ambiguità.
Con Tim Curry si è spenta una delle ultime stelle luminose della cultura camp. Ed è strano come il destino abbia voluto in qualche modo apparentarlo nella dipartita a Dolly Parton, a distanza di nemmeno ventiquattrore l’uno dall’altra.
Al di là delle lacrime ci saranno sempre cieli blu da guardare, un posto da poter chiamare casa, una comunità che in qualche modo possa essere chiamata famiglia. Il rito laico del Rocky Horror Picture Show continuerà ad essere celebrato, nei cinema e nei teatri, a calamitare chi si sente fuori dall’ordinario e concedergli un posto nel mondo.
Tim Curry è morto, ma non ci lascia orfani di Frank’n’Furter.