Platoon compie quarant’anni ma l'America non ne ha colto la morale | Culture
Top

Platoon compie quarant’anni ma l'America non ne ha colto la morale

Oliver Stone torna sul Vietnam mentre Washington allarga il fronte tra Iran e Venezuela. Il regista legge il presente come una recidiva della politica.

Platoon compie quarant’anni ma l'America non ne ha colto la morale
Preroll

redazione Modifica articolo

14 Marzo 2026 - 13.32


ATF

di Lorenzo Lazzeri

A quarant’anni da Platoon Oliver Stone torna a parlare di guerra e lo fa due settimane dopo l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto iraniano. In un’intervista a Variety, rilanciata da Yahoo News, il regista ha detto che “Dal Vietnam non abbiamo imparato nulla” e riferendosi alla propria carriera ha aggiunto “La lezione io l’ho imparata: meglio tenersi per sé le proprie idee”. In quelle due frasi tiene insieme tutto, sia il giudizio sull’America di oggi che il costo pagato nel mondo di Hollywood per le sue posizioni.

Stone lega il quarantennale del film a una continuità politica che, a suo dire, non si è mai interrotta davvero. Il Vietnam, per lui, non è un trauma chiuso o una lezione di storia ben compresa. Torna ogni volta che l’America riprende la via dell’intervento. Oggi il lessico cambia, le guerre vengono chiamate con termini eufemistici e attenuati come ‘operazioni militari’, ma la logica dietro non è cambiata. Nelle stesse ore in cui il regista rilascia l’intervista, la Casa Bianca continua a difendere la linea su Epic Fury descrivendola come una risposta necessaria contro una minaccia da neutralizzare, mentre Trump, secondo Reuters che cita Axios, ha riferito ai partner del G7 che l’Iran sarebbe vicino alla resa. Il 12 marzo, durante il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Washington e i suoi alleati si sono scontrati con Russia e Cina sul nodo politico e nucleare del conflitto.

A questo si lega un altro passaggio che rende il caso Stone ancora più eloquente. Ha spiegato che White Lies, progetto narrativo inseguito da anni, è vicino alla partenza grazie a capitali europei. Qui la coincidenza conta davvero. Uno dei registi che più hanno lavorato sulla ferita delle guerre americane prova a tornare alla finzione in Europa nello stesso momento in cui gli Stati Uniti entrano in un’altra guerra. Nel frattempo, sul terreno, le narrazioni diffuse cominciano a scontrarsi con il costo reale della guerra. Un KC-135 impiegato nell’operazione è precipitato in Iraq, con vittime tra l’equipaggio secondo, e Reuters ha riferito di proteste contro la guerra in Iran in varie città del mondo.

Il punto non riguarda solo Stone. Riguarda anche il modo in cui il cinema americano continua a trattare la guerra, un mondo in cui convivono ancora spinte diverse. C’è chi continua a vendere una versione ‘muscolare’ ed egemonica del potere statunitense ma prende corpo anche un dissenso sempre più evidente. Migliaia di professionisti del settore hanno aderito a iniziative di boicottaggio contro istituzioni cinematografiche accusate di normalizzare la violenza di Stato. Non è Regan e il mondo del 1986. Sono cambiate le piattaforme, gerarchie, i colossi dell’intrattenimento e i loro linguaggi. Anche qui il nodo resta quello. C’è chi cerca di normalizzare la guerra, rendendola una narrazione consumabile, e chi pone l’accento sul costo umano e politico.

Su questo sfondo rientra anche il Venezuela. Delcy Rodríguez è stata formalmente insediata come presidente ad interim il 5 gennaio, dopo la rimozione di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti. La promessa di stabilizzazione, però, regge poco davanti ai fatti a causa di una continuità più forte del previsto. In questi giorni sempre Reuters ha riferito che gli apparati repressivi sono ancora in piedi e attivi, anche dopo l’uscita di scena di Maduro. È il punto su cui Stone non ha mai cambiato sguardo. L’America Latina, nella sua lettura, resta il terreno su cui la dottrina Monroe continua a riapparire sotto nomi nuovi.

Resta una constatazione. Platoon è rimasto un classico, ma la sua lezione no. Stone lo ripete in un momento in cui la politica americana torna a seguire lo stesso copione: presentare la guerra come necessità, ridurne il costo nel racconto pubblico e lasciare che il cinema scelga se accompagnare quella versione o denunciarla.

Native

Articoli correlati