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Fantozzi: i 50 anni della geniale e comica icona senza tempo

Vincenzo Coli, storico cinematografico, esplora le ragioni del successo del personaggio, il suo linguaggio peculiare e la sua rilevanza nella società contemporanea.

Fantozzi: i 50 anni della geniale e comica icona senza tempo
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28 Marzo 2025 - 17.54


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di Raffaella Gallucci

Cinquant’anni fa, nel 1975, usciva nelle sale Fantozzi, il primo film dedicato al celebre ragioniere creato da Paolo Villaggio. 

Diretto da Luciano Salce, il film portò sul grande schermo una maschera tragicomica destinata a entrare nell’immaginario collettivo italiano. Con il suo linguaggio iperbolico e le sue disavventure grottesche, Fantozzi è diventato il simbolo di un’intera classe sociale e di un’epoca. 

Ma cosa resta oggi di quella figura? In occasione di questo anniversario, ne abbiamo parlato con Vincenzo Coli, storico cinematografico e direttore del Cinema Nuovo Pendola di Siena.

Cinquant’anni fa, con Fantozzi (1975), Luciano Salce portava sul grande schermo una maschera destinata a diventare un simbolo della commedia italiana. A mezzo secolo di distanza, quali aspetti del film ritiene siano ancora efficaci sul piano narrativo e visivo e quali invece risentono maggiormente del cambiamento del linguaggio cinematografico e della società?

Fantozzi ha avuto un enorme successo, inizialmente grazie al formato letterario. I racconti di Paolo Villaggio, pubblicati in corsivo su Paese Sera e successivamente raccolti in volume dalla casa editrice Rizzoli, conquistarono il pubblico prima ancora dell’uscita del film. La stessa Rizzoli produsse poi il primo adattamento cinematografico, diretto da Luciano Salce, che si rivelò un trionfo.

Si può effettivamente parlare di una “maschera” che compie 50 anni ed è ancora oggi amatissima. Alcune frasi e iperboli espressive di Fantozzi sono entrate nel nostro lessico quotidiano, segno della loro persistenza nella cultura popolare. A cinquant’anni di distanza, Fantozzi continua a essere amato non solo perché ci somiglia—questa sarebbe una risposta troppo semplice—ma anche perché racconta un mondo che non esiste più. Questo, paradossalmente, lo rende quasi distante da noi e dagli antieroi contemporanei. Il film dipinge l’Italia degli anni ’70, quando la commedia all’italiana era il genere dominante e riusciva a descrivere con toni agrodolci la società del tempo.

Registi come Luigi Comencini (Tutti a casa) ed Ettore Scola (C’eravamo tanto amati) affrontavano gli snodi storici e sociali dell’Italia del dopoguerra, e negli anni ’70 quel filone narrativo si avvicinava alla sua conclusione. Fantozzi rappresenta qualcosa di diverso: una radiografia, al tempo stesso esilarante e tragica, di una parte della società italiana. Se il cinema del periodo si era soffermato sulla figura dell’operaio-massa, Fantozzi porta sullo schermo l’impiegato-massa, un lavoratore poco qualificato, destinato a mansioni ripetitive e alienanti. La differenza è che, mentre la catena di montaggio in fabbrica è spietata perché risponde a una logica di profitto e spesso causa vittime, l’ufficio in cui lavora Fantozzi è regolato da dinamiche di diseconomia, incompetenze e improduttività, che permeano tutto l’organico, dai vertici fino all’ultimo usciere.

Fantozzi incarna una condizione apparentemente piccolo-borghese che, anziché conferire prestigio, umilia e condanna all’inutilità. Le sequenze della saga fantozziana fanno ridere, ma il loro paradosso non si discosta poi molto dalla realtà impiegatizia di quegli anni, che ha rappresentato a lungo un peso per l’economia nazionale. Ciò che mantiene attuale il personaggio è proprio questa sua mostruosa inadeguatezza di fronte alla vita. Fantozzi è il simbolo di chi, ogni mattina, si sveglia e affronta il mondo con un misto di rassegnazione e resistenza: una replica scomposta ma tenace all’idea che dobbiamo essere sempre performanti, competitivi, digitali, ubbidienti, possibilmente anche belli e rifatti.

A distanza di cinquant’anni, Fantozzi continua a essere citato, parodiato e imitato. È solo nostalgia o c’è ancora qualcosa di vivo nella sua maschera che parla anche al pubblico di oggi?

Sicuramente c’è ancora qualcosa di vivo, altrimenti sarebbe stato dimenticato. Fantozzi continua a rappresentare l’uomo oppresso dal contesto sociale in cui vive, ed è proprio questa la sua forza. L’aspetto più interessante della sua maschera è la comicità di rimessa, autoironica fino all’autolesionismo, che nasce da una condizione di sofferenza. Il suo essere perennemente inadeguato lo rende paradossalmente vicino allo spettatore, perché rappresenta una condizione di inferiorità con cui, in qualche modo, ci si può identificare.

Il cinema italiano ha sempre avuto maschere indimenticabili, da Totò ad Alberto Sordi. Dove si colloca Fantozzi in questa tradizione e cosa lo rende diverso dagli altri grandi personaggi della commedia?

Totò è la maschera della cultura napoletana, della comicità fatta di parola e gestualità. Il suo personaggio rappresenta la resistenza di fronte alla sopraffazione e la lotta per la sopravvivenza, spesso legata a una fame insaziabile. Alberto Sordi, invece, ha incarnato l’italiano medio nelle sue molteplici sfaccettature, raccontandone la furbizia, il cinismo e le contraddizioni, anche nei loro aspetti meno nobili. Fantozzi, invece, affonda le radici nella comicità sociale.

Pur esasperando le situazioni in chiave parodistica, racconta dinamiche reali del mondo del lavoro e della vita quotidiana. Ciò che lo distingue dagli altri personaggi della commedia è la sua totale mancanza di coscienza politica e di ambizioni sociali. Non lotta per i suoi diritti, non pretende un risarcimento morale, né cerca di dare un senso alla sua esistenza: si limita ad accettare passivamente la sua condizione e, da piccolo-borghese qual è, si rifugia nella vita privata. Anche quest’ultima, però, non gli offre alcuna consolazione. La casa e la famiglia di Fantozzi non rappresentano un vero rifugio, ma un’ulteriore fonte di frustrazione. La moglie Pina, remissiva e rassegnata, più che amarlo lo stima, e a lui sembra già una conquista.

La figlia Mariangela, lontana dagli ideali estetici dell’infanzia, è l’ennesima delusione da accettare con rassegnazione. Anche l’arredamento della casa rispecchia questa tristezza esistenziale, e gli stessi abitanti sembrano farne parte. Fantozzi, insomma, non è solo un personaggio comico: è il risultato di un grande lavoro di scrittura che ha saputo restituire, con straordinaria precisione, la routine domestica e lavorativa del piccolo-borghese italiano.

Alcune espressioni fantozziane sono entrate stabilmente nel nostro linguaggio e continuano a essere riconosciute e ripetute. Cosa rende il lessico di Fantozzi così memorabile e ancora attuale, nonostante sia legato a una società ormai cambiata?

Molte espressioni fantozziane sono entrate a far parte del linguaggio comune e continuano a essere ripetute e riconosciute anche dalle nuove generazioni. Tuttavia, non si può dire che il personaggio sia stato davvero imitato: questo perché Fantozzi stesso era già una parodia, una caricatura estrema di una condizione umana.

Le sue invenzioni linguistiche, però, hanno avuto un impatto duraturo e sono state tramandate negli anni, proprio perché riflettono situazioni e stati d’animo universali. Ancora oggi, il suo lessico iperbolico riesce a esprimere in modo grottesco ed efficace un certo tipo di frustrazione sociale, mantenendosi attuale anche nel panorama contemporaneo.

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