di Lorenzo Lazzeri
Chi, cosa, quando, dove e perché. Le domande che ogni cronista si pone trovano una risposta chiara nella mostra Intorno ai ’70: ideologie, progetti, linguaggi nelle collezioni CSAC, allestita a Parma, al primo piano di Palazzo Pigorini, dal 1° marzo al 4 maggio. Un evento che nasce dalla collaborazione tra il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma e il Comune, con l’intento di indagare, attraverso arte, design e fotografia, un decennio cruciale per la cultura visiva e sociale italiana. Ma perché una mostra dedicata proprio agli anni Settanta? Perché quel decennio non è solo un archivio di memoria, ma un cantiere ancora aperto, dove si sperimentano linguaggi, si decostruiscono certezze e si proiettano utopie.
L’incedere del tempo lascia sulle superfici della memoria umana solchi indelebili, come il graffito che resiste all’erosione degli anni. Gli anni Settanta, con la loro febbre di cambiamento, il loro sogno politico e il loro tumulto estetico, non sono un’eccezione. Eppure, il ricordo di quel decennio è spesso travolto da una narrazione riduttiva: la lotta e il sangue, la rivoluzione e il disincanto. Ecco perché questa mostra si pone come un raffinato esercizio di riesumazione storica e artistica. Un lavoro archeologico sulla creatività di un’epoca complessa, che il CSAC ha sapientemente raccolto e interpretato sotto la guida di Cristina Casero.
Cosa rimane degli anni Settanta se si tolgono gli slogan urlati nelle piazze e le cronache dei giornali dell’epoca? Rimane la materia della cultura visiva: la carta stampata, i progetti di design, la fotografia documentaria, la moda che sussurra ribellione nei tagli e nei tessuti. La mostra di Parma si avvicina a questo decennio con la sensibilità di un collezionista che non vuole limitarsi a catalogare il passato, ma ne vuole comprendere il battito segreto. Non un elenco di opere, non un archivio polveroso, ma un mosaico vibrante in cui artisti, stilisti, illustratori e designer si ritrovano fianco a fianco in un dialogo ininterrotto.
Si entra a Palazzo Pigorini e si è subito circondati da immagini che parlano di tensioni sociali e utopie sognate a occhi aperti. Le fotografie di Mario Cresci e dell’agenzia Publifoto Roma fissano attimi che sembrano rubati alla cronaca e restituiti all’eternità, mentre i bozzetti di Walter Albini, Giorgio Armani, Brunetta e Krizia ci ricordano che anche la moda, in quel decennio, non era semplice ornamento, ma un campo di sperimentazione e rottura. Poi, la grafica e il design: Achille Castiglioni, Alessandro Mendini, Ettore Sottsass Jr. e gli altri grandi progettisti che, con le loro opere, ridefiniscono gli oggetti della quotidianità, rendendoli specchi di una società in trasformazione.
La satira, pungente e dissacrante, trova spazio nelle illustrazioni di Alfredo Chiappori e Felis, mentre il linguaggio dell’arte si fa materia nelle opere di Enrico Baj, Emilio Isgrò, Ugo La Pietra, Mimmo Rotella, Mario Schifano ed Emilio Vedova. Un intreccio di forme, colori e segni che rende tangibile l’effervescenza di quegli anni, quando il confine tra le discipline si sfaldava e l’urgenza del cambiamento si riversava in ogni ambito creativo.
La mostra di Palazzo Pigorini è il secondo capitolo di un progetto triennale che il CSAC e il Comune di Parma hanno avviato per scandagliare, attraverso sei eventi espositivi, la storia recente e i suoi riflessi nella cultura visiva. Dopo l’appuntamento del 2024 dedicato agli anni Sessanta e alla loro rielaborazione in chiave Bauhaus, si approda ora a un’epoca di crisi e reinvenzione, anticamera di un futuro che ancora oggi si riflette nei nostri giorni. In autunno, una seconda mostra all’Abbazia di Valserena offrirà un ulteriore approfondimento su questo decennio, confermando l’intento del progetto: non fermarsi alla superficie, ma scavare, interrogare, scoprire.
C’è qualcosa di profondamente vivo in questa esposizione. Non è un semplice catalogo di memorabilia, non è un esercizio nostalgico per chi quegli anni li ha vissuti o rimpianti per chi non ha potuto attraversarli. È piuttosto una dimostrazione di quanto il passato non sia mai chiuso, ma continui a gettare ombre e luci sul presente. Così, camminando nelle sale di Palazzo Pigorini, si ha la sensazione che gli anni Settanta non siano mai davvero finiti: pulsano ancora, come un’eco persistente nelle idee, nelle immagini, nei sogni.