Colpire il batterio dall’interno

Come la medicina genetica prova a fermare i batteri ospedalieri immuni agli antibiotici, penetrando direttamente nel loro DNA per ucciderli da dentro.

Colpire il batterio dall’interno
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21 Gennaio 2026 - 20.16


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di Lorenzo Lazzeri

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All’inizio del 2026 dire il “killer” non è più una metafora forzata. Nei reparti ospedalieri, soprattutto tra terapia intensiva e oncologia, i batteri resistenti agli antibiotici sono come dei killer che continuano a causare infezioni difficili da controllare, con esiti che spesso si rivelano gravi (in Italia ogni anno in 12.000 muoiono per questo, 1.700.000 in tutto il mondo n.d.r.). Accade non perché manchino i farmaci, ma a causa della antibiotico-resistenza che non li fa più funzionare. L’Escherichia coli, lo Staphylococcus aureus e il Pseudomonas aeruginosa sono i nomi ben noti ai clinici, meno al pubblico, ma dietro a questi c’è un’attenzione particolare da parte del settore della ricerca e la pressione costante sul sistema sanitario a causa dei costi in risorse e vite umane.

La risposta a questa nuova grande minaccia sta adesso prendendo forma e non è una nuova pillola o un nuovo farmaco. Si tratta del risultato di numerosi studi sulla genetica che hanno portato all’uso di terapie Crispr contro l’antibiotico-resistenza e che vanno a usare dei virus antagonisti naturali dei batteri, detti batteriofagi.

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Questi fagi sono modificati ad arte per trasportare delle precise istruzioni di assemblaggio. Una volta entrati nel batterio, questi sistemi prima consegnano al batterio un elenco di istruzioni per costruire una macchina della morte, una sorta di tritacarne genomico, che a sua volta andrà a colpire il Dna nucleare o quello che rende il microrganismo resistente agli antibiotici. In alcuni casi distruggono l’intero batterio, in altri eliminano solo i plasmidi che portano i geni di resistenza, (i plasmidi sono piccoli anelli di Dna separati che contengono “poteri speciali” non essenziali, come una maschera antigas per non respirare il velenoso antibiotico n.d.r.) lasciando il patogeno vivo, ma di nuovo vulnerabile agli antibiotici comuni.

L’azione di questo meccanismo è enormemente utile perché i plasmidi sono subdoli, possono essere facilmente trasferiti tra batteri diversi (anche di specie differenti) e se questo accade anche un batterio prima sensibile ai farmaci acquisirà istantaneamente una resistenza. Il danno prodotto dal Cas3 non è riparabile e la resistenza del batterio cede.

In questo modo non solo si vince la guerra, ma anche gli effetti collaterali vengono potenzialmente azzerati, perché non viene colpito indiscriminatamente tutto il microbioma.

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Chi sta portando avanti queste terapie non è più solo il mondo accademico. Locus Biosciences (North Carolina USA) ha già testato in clinica un trattamento Crispr -Cas3 contro infezioni urinarie da E. coli multiresistente, con dati che indicano riduzioni rapide della carica batterica ed ha ricevuto un finanziamento l’8 gennaio 2026 per sostenere un trial proof-of-concept. SNIPR Biome (Danimarca) lavora sul fronte della decolonizzazione intestinale nei pazienti fragili. In parallelo, i risultati della terapia fagica endovenosa di Armata Pharmaceuticals (California USA) hanno dimostrato che i fagi possono essere usati in sicurezza anche nelle infezioni sistemiche. Con quest’ultima siamo davanti ad un passo importante, perché rende credibile l’uso di fagi CRISPR in tutto l’organismo, ben oltre applicazioni localizzate.

Perché ora? Perché negli ultimi anni il costo clinico ed economico dell’antibiotico-resistenza è diventato enorme. Un’infezione resistente allunga le degenze, aumenta la mortalità e consuma risorse. Siamo al punto che molti si sono svegliati, altri hanno visto il potenziale business. Le agenzie regolatorie stanno accelerando i percorsi di valutazione, accettando l’idea di piattaforme genetiche aggiornabili, in risposta a una pressione reale.

Dove siamo, allora? Le terapie CRISPR non sono ancora routine, ma ci siamo quasi. Sono in trial avanzati, in contesti selezionati, spesso come ultima linea e da quello che osservano queste terapie funzionano bene in alcuni casi, meno in altri. Restano poi i problemi di produzione, costi e problemi legati alla standardizzazione. Tutto lascia presagire che vi siano ancora molte domande aperte. Quella più importante nel panorama nostrano è di quanto velocemente il sistema sanitario saprà adattarsi a cure che non assomigliano più a quelle tradizionali, anche perché funzionano più su una logica vicina all’ecologia microbica, che non alla farmacologia classica.

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Uccidiamo il killer, si dice. La tecnologia per provarci esiste, ma se diventerà davvero parte della medicina quotidiana, lo decideranno i reparti, non gli slogan delle compagnie farmaceutiche perché CRISPR-Cas3 non è una bacchetta magica. Funziona bene quando il bersaglio è definito, quando sappiamo quale batterio si sta colpendo. Il limite non è tanto biologico quanto organizzativo.

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