L'8 agosto, quando la memoria dovrebbe insegnarci qualcosa

Questo giorno del 1956 morirono 136 italiani nelle miniere di carbone di Marcinelle. Lo stesso giorno del 1991 arrivarono con il mercantile Vlora più di ventimila albanesi in cerca di una vita migliore che, pur tra paure e solidarietà, abbiamo accolto. Questa memoria sembra scolorire, lasciando spazio a una narrazione che divide il mondo in un "noi" da proteggere e un "loro" da respingere.

L'8 agosto, quando la memoria dovrebbe insegnarci qualcosa
Marcinelle e Bari
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Marcello Cecconi Modifica articolo

7 Agosto 2026 - 10.49


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Ci sono date che, più di altre, mettono la storia davanti ai nostri occhi. L’8 agosto è una di queste. Due eventi lontani nel tempo, apparentemente diversi, raccontano in realtà la stessa condizione umana che è quella di chi lascia la propria casa perché non vede più un futuro. Marcinelle e Bari.

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L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone del Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, morirono 262 lavoratori, 136 dei quali italiani. Erano emigranti. Uomini partiti dalle campagne e dai paesi di un’Italia ancora povera, convinti che il lavoro all’estero fosse l’unica possibilità per garantire un’esistenza dignitosa alle proprie famiglie. Erano il frutto dell’accordo tra Italia e Belgio che ci inviava carbone in cambio di braccia. Quelle braccia finirono sepolte sottoterra.

Trentacinque anni dopo, ancora un 8 agosto, ma del 1991, un’altra immagine fece il giro del mondo. La nave mercantile Vlora entrò nel porto di Bari con circa ventimila cittadini albanesi stipati ovunque fosse possibile. Fuggivano dal crollo del regime comunista e da una crisi economica e sociale che sembrava non lasciare alcuna speranza. Questa volta gli italiani non partivano: accoglievano, spesso con paura, talvolta con solidarietà, comunque davanti a un fenomeno destinato a cambiare il Paese.

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Sono due fotografie della stessa storia. Cambiano la direzione del viaggio e il passaporto di chi attraversa il mare, ma non cambia la spinta che mette in cammino milioni di persone. Il bisogno di lavoro, di sicurezza, di libertà, di futuro.

Eppure il dibattito pubblico sembra aver smarrito questa prospettiva. L’immigrazione è diventata quasi esclusivamente un tema di sicurezza, di confini da difendere, di respingimenti, di “remigrazione”, parola entrata recentemente nel lessico politico europeo e sempre più utilizzata per indicare il ritorno forzato degli stranieri nei Paesi d’origine. È un linguaggio che intercetta paure reali, ma che troppo spesso finisce per semplificare fenomeni infinitamente più complessi.

Naturalmente uno Stato ha il diritto e il dovere di governare i flussi migratori, di contrastare l’illegalità e di garantire la sicurezza dei cittadini. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma altra cosa è costruire un racconto pubblico nel quale ogni immigrato diventa il simbolo di un’emergenza permanente, amplificata da un ecosistema mediatico e dai social network che trasformano ogni episodio di cronaca in una conferma delle convinzioni di partenza.

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È qui che la memoria dovrebbe svolgere il suo compito civile. Non per equiparare situazioni storiche diverse, né per sostenere che ogni migrazione sia identica alle altre ma, piuttosto, per ricordare agli italiani ciò che sono stati. Per decenni siamo stati noi a cercare fortuna altrove, spesso accolti con diffidenza, qualche volta con ostilità, non di rado con discriminazione. Eppure quella memoria sembra scolorire, lasciando spazio a una narrazione che divide il mondo in un “noi” da proteggere e un “loro” da respingere.

Forse non è un caso che anche altre parole della nostra storia vengano pronunciate sempre meno, sostituite da eufemismi o da formule meno impegnative. Accade con “fascismo”. Anche il 2 agosto, il mese ricorre, nell’occasione dell’anniversario della strage di Bologna, accertata da ogni grado di giustizia di stampo neofascista, moltissimi esponenti delle istituzioni hanno cercato sinonimi che deviano dalla realtà. La memoria, quando diventa scomoda, viene spesso addolcita o rimossa, ma una democrazia matura non sceglie cosa ricordare in base alla convenienza politica del momento.

L’8 agosto, dunque, ci consegna due anniversari diversi. Marcinelle e la Vlora non raccontano la stessa vicenda, ma pongono la stessa domanda. Cosa resta di un Paese quando dimentica di essere stato, prima di tutto, un Paese di migranti? Non è una domanda di destra o di sinistra, appartiene alla storia. E la storia, quando viene ignorata, presenta sempre il conto.

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