Per settimane, in preparazione dell’appuntamento referendario sulla giustizia, abbiamo assistito al coro festivaliero, diretto da Giorgia Meloni, del Per sempre SI, preso in prestito (senza permesso, dice lui) da Sal da Vinci. Poco importa se la materia “musicale” era complessa, se avrebbe richiesto pause, riflessioni, magari anche qualche stonatura critica. Soprattutto in concerto con il Parlamento. E invece no, diretti con gesto deciso e prepotente, senza spartito condiviso, subito sul palco, lontano dall’orchestra parlamentare, di fronte agli elettori.
Ma gli elettori italiani, strano a dirsi, non sempre votano come al televoto. Non basta un ritornello orecchiabile per convincerli che cambiare la Costituzione sia come cambiare playlist. Forse perché la Carta non è una hit estiva che passa e va, forse perché anche per i giovani e giovanissimi resta un classico che si ascolta, si riascolta, si studia, si difende. Insomma, per “remixarlo” ci vuole altro che i dilettanti musicisti del coro Meloni.
Chi voleva approfittare dell’armonia facile facile di Per sempre SI dello stagionato cantante campano non si ricordava che lo stesso esordì esattamente quaranta anni fa come attor giovane nel film Troppo forte di Carlo Verdone. E così gli italiani hanno guardato al passato e hanno scelto di ricollegarsi al film lontano e hanno pensato che “Troppo forte” è l’amore per la Carta Costituzionale e “Troppo forte” la fiducia nel Presidente Mattarella per dire “Per sempre SI” a chi vuole mixarla senza affidabile competenza.
