Frusciante ti catturava subito, bastavano pochi minuti: la parlantina incontenibile con quel vocione, l’energia ma soprattutto quella conoscenza di cinema che sembrava inesauribile. Per chi lo ha seguito a lungo, Frusciante non era solo uno che parlava di cinema. Era uno che usava il cinema per parlare di tutto il resto. Politica, lavoro, diritti, responsabilità. Una colonna portante della divulgazione cinematografica in Italia.
Era cultura militante. Nel senso più concreto possibile, per Frusciante tutto era politica. Non lo diceva per fare scena, lo diceva perché lo credeva fino in fondo. Per lui la cultura era sostanza. E tutto era politica. “Pure se parcheggi nel parcheggio per disabili stai facendo politica” sbottava con la sua rabbia tipica. Era il suo modo diretto per dirci che quello che facciamo dimostra chi siamo.
Antifascista, anticapitalista e marxista fiero. Questa sua visione del mondo era anche nella sua interpretazione dell’arte: il cinema non era solo intrattenimento ma espressione e diffusione di immagini che portavano con sé una certa rappresentazione di idee di mondo. Ma era anche allergico all’idea che la cultura dovesse piegarsi alle logiche di mercato, il suo lavoro era una forma quotidiana di resistenza. Rifiutava completamente le metriche come misura del valore: gli incassi non significavano qualità, non usava voti quando parlava dei film, gli Oscar li considerava un meccanismo di potere più che un riconoscimento artistico. Per lui contava entrare nel merito: parlare dei film, dei libri, dei dischi per quello che erano, non per il numero che portavano dietro. Frusciante era una bussola: ti ricordava di restare concentrato sull’opera, non sul rumore attorno.
Le sue monografie sui registi sono un’enciclopedia aperta su YouTube, fatte di studio scrupoloso e goliardia, sono un servizio a tutta la comunità fatta da una persona che credeva fortemente sulla condivisione di cultura. A fine anno, come un impegno fedele, arrivava il suo video – il meglio e peggio dell’anno, mediamente 6 ore di video. Non avevano senso commerciale, erano atti di scrupolo e di dedizione. Di rispetto verso chi lo seguiva. Era il modo in cui diceva: io prendo sul serio il cinema, e prendo sul serio voi. Diventava un presidio culturale digitale, la lentezza antitetica dei tempi odierni, soprattutto nelle piattaforme digitali, assumeva i connotati di uno spazio unico di ragionamento, uno spazio di resistenza a logiche di velocità imposte dall’egemonia culturale.
La sua forza era il confronto a cui non si sottraeva mai, con chiunque. Non cercava consenso, cercava attrito: lui stesso in un’intervista disse “Preferisco essere odiato ma poi andate a vedere il film e lo amate. Io mi vedo come se ci fossero due cavi rotti che non si avvicinano e io sono quel pezzetto che ogni tanto si mette nel mezzo e fa avviare l’elettricità.”
L’ironia era uno degli elementi che lo contraddistingueva e lui riusciva ad accompagnarla sempre ad analisi profonde. Anche quando accettava le provocazioni dei fan con le celebri mini-recensioni su Patreon anche di film improbabili, scelti apposta per metterlo alla prova, si buttava dentro con amore. Rideva e demoliva come un verace toscano ma con rispetto per il gesto critico e per chi lo ascoltava.
Riusciva a coinvolgere chiunque, anche chi partiva in disaccordo. Smontava i film pezzo per pezzo, mostrava le contraddizioni dei capolavori come dei film più popolari, e lo faceva con uno scrupolo impressionante. Sentivi la cura e lo studio dietro ogni parola. Potevi restare della tua idea, ma dopo un suo video uscivi sempre più ricco. Spesso finivi per cambiare prospettiva senza accorgertene.
Frusciante credeva nel cinema come esperienza collettiva, come conversazione infinita ma anche come atto e luogo democratizzante “quando si spengono le luci siamo tutti uguali”, ed era anche per questo che invitava costantemente a non abbandonare le sale cinematografiche. Era diretto, spigoloso, senza diplomazie. Ma era vero. Non recitava una parte, esponeva sé stesso ed era un’esposizione creava un legame fortissimo. Non ti chiedeva di essere d’accordo anzi a volte lo scontro era un mezzo utile alla causa: ti chiedeva di pensare.
Quando perdi una voce che ti accompagna per così tanto tempo perdi un pezzo di percorso di vita, perdi una parte di te. Ma resta il modo in cui ti ha insegnato a guardare, resta la curiosità che ti ha acceso. Resta l’abitudine a discutere, a non accontentarti, a collegare cinema e vita, a fare della cultura non un titolo ma uno strumento di vissuto e di futuro.
Tante altre cose ci sarebbero da dire e si diranno su di una figura intellettuale così preziosa per l’Italia ma quello che resta è un dolore che sommerge; un vuoto difficile colmare ma anche profonda gratitudine per quanta pienezza ci ha dato. Frusciante era questo: un amante del cinema che ha fatto della cultura una pratica di vita. E chi lo ha ascoltato se la porta dietro.
