di Giada Zona
L’ultimo testo dell’AGCOM, che indica alle emittenti radiofoniche e televisive come trattare il referendum, fa emergere un problema vecchio ma attualissimo: qual è il peso dei mezzi di comunicazione sulle nostre opinioni? Un interrogativo che riecheggia in vista del referendum del 22 e 23 marzo. E’ il recente sondaggio dell’istituto Ixè a suggerire che il 50,1% voterà sì e il 49,9% no. Se a novembre c’era una notevole differenza tra il no (47%) e il sì (53%), adesso questa certezza è crollata.
Il dibattito si è poi frammentato sui social quando Meta ha limitato drasticamente la circolazione del video dello storico Alessandro Barbero, pubblicato su Facebook, in cui dichiarava che avrebbe votato “no”; Meta ha giustificato la sua azione sostenendo che il professore avrebbe dichiarato false informazioni sul referendum e che quindi è stato rimosso dai fact-checkers. A replicare a Meta è stato il partito Avs, principalmente i suoi leader Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni che hanno pubblicato il video (rimosso) di Barbero sui profili Facebook, commentando: “Una big tech statunitense decide di silenziare un’opinione politica legittima di uno dei più autorevoli intellettuali italiani su un tema centrale per la nostra democrazia”.
CasaPound è però lasciata libera: ha infatti scritto sui social “Chi ama l’Italia vota Sì” seguito da “Il 22 e 23 marzo fai ciò che è giusto, falli piangere: vota Sì”. Il messaggio scritto da un movimento fascista va bene, mentre quello di un professore di storia viene censurato. Ancora una volta: il problema non è la tecnologia, ma chi la gestisce.
Ma in rete succede anche altro: si contano infatti diverse pagine e profili sui social media che offrono informazioni verificate, semplici e appetibili. Realtà come Will Media, Torcha e Factanza, seguitissime dalle giovani generazioni, diventano fondamentali, così come alcune divulgatrici come Flavia Carlini, una delle voci critiche e analitiche soprattutto su questioni politiche, e Cathy La Torre, avvocata che entra nel tecnico, adottando un linguaggio adatto al format di Instagram e comprensibile a tutti.
Non mancano però i tentativi di strumentalizzazione: il comitato “Sì Riforma” ha pubblicato un post su Facebook, associando chi voterà no alle violenze della polizia avvenute a Torino durante la manifestazione a favore del centro sociale Askatasuna. Un’associazione del tutto fuorviante, che accosta due accaduti indipendenti l’uno dall’altro. Insomma, ognuno ha la sua narrazione che rischia di diventare frammentata in un ecosistema mediale diviso in opposti estremismi, su canali governati da interessi e ideologie che si riversano su processi algoritmici opachi e discriminatori che decidono quali narrazioni diffondere e quali, invece, nascondere.
Il caos si era già verificato a inizio novembre per una mancata verifica delle fonti. E’ stato Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, a sostenere che i giudici Falcone e Borsellino oggi sarebbero per il “no” al referendum, dichiarazioni che i magistrati non avevano mai rilasciato ma circolavano online da diverso tempo. A compiere questo errore, ingenuamente, sono stati anche altri attivisti sui social e il magistrato Nicola Gratteri che ha letto le presunte parole di Falcone, riferendosi all’ipotetica intervista che avrebbe rilasciato a Repubblica. Un accaduto che fa riflettere sulla circolazione di alcune notizie, specialmente in momenti particolarmente divisivi come quello del referendum. Di nuovo: Barbero viene silenziato, le notizie false sulle presunte dichiarazioni dei due magistrati no.
Lo scontro mediatico si è poi ingigantito quando, recentemente, è stato ufficialmente comunicato che i fuorisede non potranno votare: l’opposizione ha chiesto di introdurre il voto, la maggioranza alla Camera ha rifiutato la proposta in quanto il ministero dell’interno sostiene che non ci sia tempo. L’opposizione ha chiesto di introdurre una metodologia già adottata l’anno scorso, quando i fuorisede hanno votato per il referendum 2025, che è però stata respinta. Centro e sinistra ipotizzano quindi che non ci sia alcun problema di tempo, piuttosto la maggioranza avrebbe paura dell’orientamento politico dei fuorisede, considerato anche che il referendum non necessita il raggiungimento del quorum.
In questo panorama mediatico, tra vecchi e nuovi media, tra voci autorevoli che vengono silenziate e fuorisede che non possono votare, è più che mai necessario uno sforzo collettivo che ci spinga a pensare oltre ciò che ci viene offerto e proposto. Ricercare i fatti oltre a quelli selezionati dall’algoritmo, riconoscere una notizia vera da una falsa, affidarsi a testate e pagine social affidabili, sono gesti individuali che insieme possono diventare una forma simbolica di resistenza collettiva. Abbiamo bisogno di più spazi fisici e digitali dove il “sì” e il “no” non diventino solo due esiti politici, ma siano in grado di offrire spunti e riflessioni, dibattiti e analisi critiche sulla politica di oggi e sulle dinamiche culturali e mediatiche che stiamo vivendo.
