Ci sono due parole che si assomigliano nella fonetica e che forse, oggi, dovremmo imparare a leggere insieme: sociale e social. La prima richiama le disuguaglianze, la seconda i mezzi di comunicazione che hanno cambiato il nostro modo di stare al mondo. È da questo binomio che partirei per provare a capire anche quanto è successo a Milano.
Le disuguaglianze non sono una scoperta di oggi: Marx ne fece uno dei cardini della sua analisi del capitalismo già nell’Ottocento. I social media, invece, appartengono al nostro tempo, ma hanno già dimostrato di poter incidere profondamente sulla realtà politica. Lo abbiamo visto durante le Primavere arabe, quando contribuirono a mobilitare giovani che chiedevano libertà e cambiamento, anche se quelle speranze ebbero esiti molto diversi e spesso drammatici.
Naturalmente, Milano è un’altra storia. Viviamo in una democrazia, con tutte le sue imperfezioni, non in un regime autoritario. E spaccare vetrine o rubare merce non è una forma di riscatto sociale: è un comportamento ingiustificabile. Ma liquidare tutto come un semplice problema di ordine pubblico significa fermarsi alla superficie.
La pandemia e i lockdown hanno aggravato, per molti ragazzi, isolamento, fragilità e difficoltà relazionali. Nel frattempo, i social hanno moltiplicato il confronto con modelli di successo, consumo e ricchezza spesso irraggiungibili. Non spiegano da soli la violenza, ma possono contribuire a trasformare la frustrazione in emulazione, il gruppo in branco, il desiderio in azione.
Basta guardare alla distribuzione della ricchezza in Italia per capire quanto il problema delle disuguaglianze meriti attenzione. La Banca d’Italia, nelle statistiche aggiornate al quarto trimestre 2025, indica che il 10% più ricco delle famiglie detiene il 60,6% della ricchezza netta, mentre la metà delle famiglie meno abbienti ne possiede il 7,2%.
Ma per incidere sono necessarie politiche di lungo periodo, investimenti nell’istruzione, opportunità e inclusione: risultati che non si ottengono con uno slogan e difficilmente si traducono in consenso elettorale immediato. È molto più facile promettere nuove misure di sicurezza e ripetere che chi rompe paga. La legalità è indispensabile, ma non basta a ricucire una frattura sociale. Allo stesso modo, attribuire tutto a una guerra ibrida rischia di distogliere lo sguardo dalle responsabilità interne.
C’è poi l’altro grande terreno ancora poco governato che è quello delle piattaforme digitali, degli algoritmi e del potere delle Big Tech di orientare attenzione e comportamenti. I social possono organizzare proteste, diffondere solidarietà, ma anche reclutare partecipanti e rendere virale la trasgressione. Comprenderne i meccanismi dovrebbe essere una priorità politica, non un dettaglio tecnico.
E allora, quei ragazzini che cosa cercavano a Milano? Non possiamo conoscere le motivazioni di tutti. Ma viene da chiedersi se, per alcuni, la merce sottratta non rappresentasse anche il simbolo di un benessere ostentato e desiderato, diventato improvvisamente accessibile dietro una vetrina infranta. Come ragazzini che invadono il campo per abbracciare Lamine Yamal, alcuni sembravano partecipare a un rito collettivo, attratti dall’eccitazione del gruppo e dalla promessa di portarsi a casa un pezzo di quel mondo che ogni giorno vedono scorrere sullo schermo del proprio smartphone.
Condannare quei gesti è necessario. Ma se vogliamo evitare che si ripetano, dobbiamo guardare oltre le vetrine: al sociale e ai social, insieme. La frana sociale è in corso: un decreto sicurezza può contenere soltanto qualche sasso, ma solo una politica capace di intervenire a monte può provare a fermarla.
