di Lorenzo Lazzeri
Dati raccolti in un lungo lasso di tempo e su larga scala inseriscono le pratiche spirituali tra i fattori associati a una minore esposizione all’uso pericoloso di alcol e droghe. Una meta-analisi uscita il 18 febbraio 2026 su JAMA Psychiatry valuta oltre due decenni di letteratura e lega il coinvolgimento spirituale a una contrazione media del rischio pari al 13%. La sintesi è coordinata da Howard K. Koh presso la Harvard T.H. Chan School of Public Health, con Tyler J. VanderWeele come senior author. La rassegna passa al setaccio un bacino iniziale superiore a ventimila articoli pubblicati tra il 2000 e il 2022 per poi selezionarne 55, per un totale di 540.712 persone seguite nel tempo. Seguire nel tempo grandi gruppi di persone, usando strumenti di misura affidabili, permette di evitare molti dei dubbi che avevano limitato gli studi passati. Il risultato è un insieme di dati ampio, con 134 confronti statistici sul consumo di alcol, sigarette, marijuana e droghe illegali.
L’andamento resta coerente tra le diverse sostanze. Un coinvolgimento spirituale ampio, dalla partecipazione ai riti alla meditazione, fino alla preghiera o alla ricerca di sostegno interiore, si associa a un rischio più basso, pari a 0,87. Il valore scende a 0,82 tra chi frequenta una comunità religiosa ogni settimana. Il divario richiama il ruolo del gruppo, delle relazioni stabili ma anche quello delle regole condivise e del supporto reciproco che rendono meno probabili i comportamenti legati all’abuso. Lo stesso andamento si ritrova anche fuori dagli Stati Uniti. Più di una dozzina di ricerche condotte in altri paesi arrivano alle stesse conclusioni. Gli autori hanno verificato se fattori nascosti potessero spiegare i risultati perché, per ribaltarli, servirebbe una variabile sconosciuta capace di incidere in modo molto forte sia sulla pratica spirituale sia sul consumo di sostanze. Una possibilità considerata poco credibile alla luce dei dati disponibili.
Le spiegazioni chiamano in causa più livelli. Dal punto di vista sociale, far parte di una comunità crea legami continui e regole condivise che rendono meno accettabile l’abuso di alcol e droghe. Nella dimensione personale, pratiche come meditazione e preghiera aiutano a gestire stress e difficoltà, offrendo un appiglio che va oltre la risposta immediata. Sul piano del comportamento, l’allenamento dell’attenzione aiuta a fermarsi prima dell’impulso, con effetti sui meccanismi cerebrali legati alla ricerca della sostanza.
Sul fronte della sanità pubblica, la collaborazione tra servizi e reti di fede entra nei programmi di prevenzione. Esempi statunitensi mostrano come iniziative su nutrizione, vaccinazioni e bisogni sociali raggiungano gruppi difficili da intercettare, con ricadute sui determinanti dell’uso di sostanze. La tradizione dei programmi a dodici passi, come quella degli alcolisti anonimi, continua a occupare una quota considerevole dei trattamenti, una tenuta pratica di un impianto che integra appartenenza e responsabilità personale. Il tema delle “morti per disperazione” riceve un’attenzione specifica. È emerso che frequentare contesti religiosi si associa a una riduzione marcata della mortalità per suicidio, overdose e patologie epatiche croniche, con gradienti differenti tra donne e uomini. Le osservazioni puntano il dito sulla funzione protettiva del senso di scopo in fasi di stress prolungato, osservata anche durante la pandemia.
La JAMA Psychiatry orienta il dibattito sanitario verso un’idea di salute che tiene conto del senso attribuito alla propria vita, alle relazioni e alle scelte quotidiane come risorsa concreta per la prevenzione. I numeri parlano di vite sottratte a traiettorie di abuso; le applicazioni chiedono cautela, competenza e rispetto delle differenze. L’agenda di ricerca prosegue con studi globali su culture e redditi diversi, mentre clinica e territorio sperimentano integrazioni pragmatiche.
