Il caso dei piatti monouso banditi e diventati “riutilizzabili”

È una storia che potrebbe far ridere, se di mezzo non ci fosse il benessere comune e la lotta all’utilizzo smodato della plastica. La morale è una: legiferare senza educare non porta a nulla.

Il caso dei piatti monouso banditi e diventati “riutilizzabili”
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Agostino Forgione Modifica articolo

30 Gennaio 2026 - 15.10


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Sono passati sette anni da quando la legge europea 2019/904, nota come direttiva SUP (Single Use Plastic) e recepita in Italia con il Decreto Legislativo 196/2021, ha messo al bando dagli scaffali diversi articoli in plastica monouso, tra cui piatti, posate e cannucce. Come disposto, dunque, dal 14 gennaio 2022 la loro immissione nel mercato italiano è vietata. Eppure, dopo un primo periodo in cui le alternative biodegradabili hanno imperversato, sebbene tuttora presenti a quest’ultime si sono nuovamente affiancate le “vecchie” versioni in plastica. Già da un po’, in verità. Com’è possibile? Grazie a un buco normativo che è stato prontamente sfruttato. Fatta la legge e trovato l’inganno.

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Il decreto, infatti, bersaglia esclusivamente stoviglie e posate destinate a essere cestinate dopo l’uso. Sebbene possano essere, in effetti, pure lavate e riutilizzate. Ecco, in un momento di illuminazione è questo che deve aver pensato qualche perspicace manager dell’industria plastica. E dunque bam, i piatti monouso sono tornati in pompa magna nei supermercati con un semplice cambio di nomenclatura: ora vengono venduti come lavabili. Se ne saranno di certo accorti i consumatori più attenti, quelli che vanno a spulciare i testi minuti cui rimandano gli asterischi. Paradossalmente venduti come ecosostenibili, questi sono “testati per 20 lavaggi in lavastoviglie”. Lo stesso piatto, prodotto con lo stesso polimero e dello stesso spessore. Mi sorge tuttavia, prepotentemente, un quesito: perché mai qualcuno che ha intenzione di lavarli dovrebbe preferire dei piatti in polipropilene a quelli in ceramica?

Il caso porta inevitabilmente a partorire una riflessione: quella per cui la causa ambientalista vada perseguita anzitutto per mezzo della sensibilizzazione. La circostanza per cui mesi di discussioni europarlamentari siano stati resi vani per mezzo di un semplice cambio di nomenclatura dovrebbe farci riflettere su come le leggi talvolta possano essere facilmente aggirate, e noi ci dimostriamo davvero brillanti nel farlo. Ciò che non può essere eluso è il senso civico, laddove presente. Un consumatore consapevole di quanto sia importante ridurre il proprio impatto ambientale un piatto in plastica non lo comprerà lo stesso, o al massimo ne farà un utilizzo circostanziato e consapevole. E se l’industria si accorge che il mercato preferisce alternative ecosostenibili, finirà per non produrlo senza che ciò gli venga imposto.

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Sia ben chiaro, delineare quadri normativi che stabiliscono gli spazi entro cui il mercato può muoversi è fondamentale, ma non è tutto. Più importante ancora è che i cittadini capiscano perché è giusto rispettarli e qual è la loro logica. Il fatto che i piatti “riutilizzabili” continuino a popolare gli scaffali e che anzi si moltiplichino porta a una semplice conclusione: ai consumatori piacciono e, se viene offerta loro la possibilità di acquistarli, lo fanno. L’auspicio è, dunque, che a promuovere stili di vita più sostenibili siano anzitutto i cittadini. Si sa, il potere più grande, in fin dei conti, è nelle mani dei consumatori.

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