Il calcio azzurro e la cultura della fuga

Il declino della Nazionale non nasce da un errore tecnico, ma dall'incapacità di costruire continuità. Oggi torna Mancini ma le sue dimissioni di appena tre anni fa e il caso Maldini raccontano una stagione in cui la responsabilità è diventata l'eccezione.

Il calcio azzurro e la cultura della fuga
Preroll AMP

Marcello Cecconi Modifica articolo

28 Luglio 2026 - 17.16


ATF AMP

Il calcio italiano vive da almeno quindici anni una crisi che va ben oltre i risultati. È una crisi culturale, prima ancora che tecnica. Dal trionfo mondiale del 2006 la Nazionale ha conosciuto un progressivo declino, culminato nelle tre mancate qualificazioni ai Mondiali del 2018, 2022 e 2026. Un’umiliazione senza precedenti per una delle grandi scuole calcistiche europee. L’Europeo conquistato nel 2021 è stato un momento straordinario, ma ha finito per assomigliare più a un’eccezione che all’inizio di una rinascita.

Top Right AMP

La scelta di affidare nuovamente la panchina azzurra a Roberto Mancini nasce dalla volontà di tentare di ricostruire una continuità. Il suo primo ciclo, tra il 2018 e il 2023, aveva prodotto il record di 37 risultati utili consecutivi, dieci vittorie su dieci nelle qualificazioni europee e soprattutto il titolo continentale. Ma aveva anche lasciato in eredità la ferita della clamorosa eliminazione contro la Macedonia del Nord, che costò all’Italia il secondo Mondiale consecutivo.

È però l’epilogo della sua esperienza a rappresentare uno dei momenti più controversi della storia recente della Federazione. Nell’agosto del 2023, nel pieno delle qualificazioni europee, Mancini si dimise improvvisamente. Le tensioni con la Figc sulla riorganizzazione dello staff tecnico furono il motivo ufficiale, ma pochi giorni dopo arrivò la firma con l’Arabia Saudita, rendendo evidente come la prospettiva economica avesse avuto un peso decisivo. Aldilà delle ragioni personali, resta una questione di responsabilità istituzionale. Il commissario tecnico della Nazionale rappresenta un patrimonio collettivo e abbandonare il progetto in un momento tanto delicato ha incrinato ulteriormente il rapporto di fiducia tra la squadra e il Paese.

Dynamic 1 AMP

Questa tendenza ad abbandonare i progetti quando diventano difficili sembra essere diventata una cifra del calcio italiano. Vale anche per Paolo Maldini che avrebbe dovuto affrontare le difficoltà senza trasformare il primo ostacolo in una ragione per fare un passo indietro. A Paolo Maldini non poteva essere richiesto di scoprire preventivamente eventuali interessi economici o rapporti riconducibili a esponenti dell’oligarchia russa nella vicenda che ha coinvolto Pirlo, il tecnico da lui scelto. Un direttore dell’area tecnica valuta competenze sportive e profili professionali, non conduce indagini di natura finanziaria o geopolitica.

Del resto anche la sua uscita dal Milan è stata raccontata come il risultato di una frattura insanabile con la nuova proprietà, ma un dirigente del suo prestigio avrebbe potuto scegliere una strada diversa. Perché non restare assumendosi il peso di una fase complicata e difendere dall’interno un’idea di calcio costruita negli anni dello scudetto?

Tra l’attenzione alle etichette e l’impegno a gestire la pressione mediatica, negli ultimi anni il calcio italiano ha spesso dato l’impressione di preferire il gesto della rinuncia alla fatica della ricostruzione con allenatori che lasciano, dirigenti che si sfilano, federazioni che rincorrono le emergenze invece di governarle. Ecco perché faceva simpatia Silvio Baldini, il “Caronte romantico” delle ultime anime inquiete vestite di azzurro, quando a chi gli ricordasse di essere ancora in lizza per restare in sella e, conoscendosi, rispondeva sorridendo: “Non dipende da me, nel calcio danno delle etichette che è difficile togliersi”.

Dynamic 1 AMP

La sconfitta più grave del calcio azzurro non è la mancata qualificazione a un Mondiale, ma la perdita della capacità di affrontare le crisi senza cercare continuamente una via d’uscita personale. Le grandi tradizioni sportive sopravvivono solo quando chi le guida accetta di restare anche nei momenti peggiori e il punto vero non è soltanto scegliere il commissario tecnico giusto o il dirigente più autorevole ma ricostruire una cultura della responsabilità.

FloorAD AMP
Exit mobile version