Le Università per Giulio Regeni, il dovere civico di una libera ricerca

A dieci anni dalla morte del ricercatore friulano, la visione del documentario che ne ricostruisce vicenda umana e iter processuale.

Le Università per Giulio Regeni, il dovere civico di una libera ricerca
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16 Aprile 2026 - 14.29


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di Caterina Abate e Francesca Anichini

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Ieri 15 aprile si è tenuta la proiezione speciale del documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, del regista Simone Manetti e degli autori Emanuele Cava e Matteo Bili, presso il Santa Chiara Lab ed in collegamento con la sede di San Miniato. La proiezione è avvenuta nell’ambito dell’iniziativa nazionale Le università per Giulio Regeni. A dieci anni dalla scomparsa un’iniziativa per la libertà di ricerca, a cui prenderanno parte tra aprile e maggio 76 atenei da tutta Italia, coinvolgendo oltre 15.000 persone. La visione del documentario è stata anticipata dai saluti istituzionali del rettore dell’Università di Siena Roberto Di Pietra e dai video interventi dei genitori del ricercatore stesso, Claudio Regeni e Paola Deffendi, dell’avvocata Alessandra Ballerini che difende la famiglia nel processo contro gli aguzzini del figlio (tutti e quattro membri della National Security, irreperibili), di Pif e del regista Simone Manetti. Alla proiezione è seguito un momento di riflessione e dibattito moderato dal professore Luca Verzichelli, con gli interventi di Lucrezia Ranieri, del dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive e Gianni del Panta, docente al dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università di Pavia, che nel suo progetto dottorale sui sistemi politici nord africani, affronto come Regeni una esperienza di ricerca sul campo in Egitto. Questi hanno preso parte alla discussione portando la propria esperienza di giovani ricercatori. Al dibattito ha anche partecipato Federico Lenzerini, delegato del Rettore agli studenti e ai ricercatori provenienti da aree di crisi.

L’iniziativa “Le Università per Giulio Regeni. A dieci anni dalla scomparsa un’iniziativa per la libertà di ricerca” è stata promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo e riporta metaforicamente a casa il giovane ricercatore friulano, negli atenei. A dieci anni dal ritrovamento del suo cadavere, avvenuto il 3 febbraio alla periferia del Cairo, giunge questo documentario, che ricostruisce la vicenda umana, accademica e l’iter processuale conseguito alla sua morte. Come anticipato dall’intervento del regista, Simone Manetti, l’elaborazione del suono del film è stata resa allo scopo di trasportare gli spettatori con una macchina del tempo all’interno degli eventi, dando loro la possibilità di rivivere quanto accaduto. Da dieci anni, chi più chi meno, è abituato a vedere anche grazie alla campagna di Amnesty il volto stilizzato di Giulio, in campo giallo. Il documentario trasmette invece il suo ricordo vivo e vitale, la passione per la ricerca, restituendogli la voce anche da morto. Attraverso immagini di repertorio, audio e video anche registrati dal suo delatore, il documentario ricosctruisce bene il contesto complesso in cui il delitto Regeni è avvenuto. Finisce per essere un atto di cittadinanza (Simone Manetti), che non concerne però solo il diritto alla libera ricerca, ma si fa carico di raccontare le violazioni dei diritti umani che avvengono in uno stato stretto dalla morsa paranoica del regime. Pur nella necessità di dare una visione concentrata, più che sintetica, dei dieci anni di ricerca di verità e giustizia, tra depistaggi, bugie, ingiurie, perpetrati anche dai media egiziani, il film non indugia mai oltre il necessario. I giudizi di merito su Tutto il male del mondo che il giovane ricercatore ha subito sono sempre affidate alle parole dei genitori.

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Il prossimo 8 giugno riprenderà il processo contro i quattro 007 egiziani che hanno rapito, torturato e deliberatamente ucciso Giulio Regeni. A sancire la riapertura dell’iter il parere favorevole della Corte Costituzionale, la quale ha stabilito la liceità a procedere nonostante l’assenza degli imputati egiziani, sempre risultati irreperibili, poiché la configurazione della fattispecie non sarebbe un mero reato, quanto un vero crimine contro l’umanità. Entro la fine del 2026 il processo potrebbe giungere a sentenza.

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