di Simone Marrucci
Gabbani in Piazza del Campo, le luminarie, il ghiaccio, le casette, le mostre: a Siena Incanta gli ingredienti per passare bene le feste ci sono. Chiamiamolo dunque con il giusto nome: un cartellone di spettacoli, cultura e intrattenimento che guarda al mercato, pensato per attrarre pubblico, animare la città e sostenere il commercio. Finalità legittime, che non hanno bisogno dell’identità come carta regalo. Quanto al solito concertone, niente da ridire, se non l’auspicio che, prima che sia troppo tardi, si chiamino i Rolling Stones, senza chiedersi se Mick Jagger sia un pronipote di Cecco Angiolieri.
Mettere in ballo l’identità, come è avvenuto nella presentazione del programma, rende inutilmente impegnativo un cartellone «leggero», che non ha niente di caratterizzante e forse, proprio per questo, è godibile ai più. La riprova è banale: se sostituiamo «Siena» con il nome di un’altra città, gran parte del programma si trasferisce senza difficoltà. Gli artisti fanno tournée, le mostre viaggiano, le piste di pattinaggio si montano anche altrove. Qui sta il cuore di un tema che unisce Siena a quasi tutte le città italiane: più una città viene trasformata in un prodotto da vendere, più si sente il bisogno di richiamarne l’identità per difenderla. È una parola molto amata dai politici, ma funziona come «genuino» sull’etichetta: rassicura, poi bisogna controllare gli ingredienti. Se case, botteghe e spazi comuni si organizzano in funzione di chi arriva e spende, la vita che dava al luogo il suo carattere arretra, e più arretra più l’identità viene chiamata in soccorso.
Eppure, Siena ha il Conservatorio Franci, Siena Jazz, la Chigiana, compagnie di teatro e di danza, accademie, associazioni, due Università, le Contrade, tante associazioni: competenze e forme aggregative che molte città vorrebbero avere. Perché non coinvolgerle nell’ideazione di una produzione originale per le festività, preparata durante l’anno? Ovviamente in forma più distaccata e leggera, rispetto alle attività didattiche e i concerti che caratterizzano le istituzioni musicali. Alcune sono già nel calendario, come le Contrade con l’Albero dei gruppi piccoli, che potrebbero partecipare nelle forme coerenti con la propria autonomia. Una parte delle risorse andrebbe a nuove creazioni, a giovani artisti, ad attività accessibili agli abitanti. I grandi ospiti potrebbero incontrare gli studenti, creare con i musicisti, entrare nella produzione: la loro presenza lascerebbe qualcosa dopo gli applausi. Chi viene a Siena avrebbe una ragione in più per sceglierla: assistere a ciò che nasce qui. E quello spettacolo, crescendo, potrebbe a sua volta viaggiare.
D’altra parte, non c’è nessuna senesità da imbottigliare: la cultura vive di incontri, prestiti e trasformazioni. Nel Cinquecento gli Intronati misero in scena Gl’Ingannati, commedia di travestimenti e amori scambiati che appartiene alla genealogia della Dodicesima notte di Shakespeare. Se le identità avessero confini sorvegliati, dovremmo mandare un’ingiunzione a Stratford. Ne siamo invece fieri, giustamente: ciò che un luogo produce viaggia più lontano di ciò che compra. Il confine fra il proprio e l’altrui, quando c’è di mezzo la cultura, è sempre stato un colabrodo: per questo l’identità culturale non esiste. Al massimo esistono scarti, differenze che si depositano nel tempo, cambiano con gli incontri e non si lasciano mettere sottochiave.
Lo stesso vale per le mostre. Nemmeno Julian Lennon al Santa Maria della Scala ha bisogno di antenati senesi: il legame con la città si potrebbe, però, costruire con incontri e laboratori, e una mostra internazionale deve lasciare qualcosa oltre ai biglietti strappati. Il commercio ha le sue ragioni, ma anticipare le luminarie e portare a cinque i giorni del Mercato nel Campo sono scelte che incidono sulla vita di chi la città la abita. Un confronto pubblico aiuterebbe a tenere insieme le esigenze e a capire che cosa Siena Incanta restituisca alla città, anche in termini economici.
Se proprio vogliamo parlare di difesa «identitaria» e scendere su questo terreno, diciamo allora cosa vala la pena difendere: non un’essenza o un nome (questo vale anche per altre recenti vicende), ma le condizioni che permettono a una comunità di vivere in città. Le case, le botteghe, i servizi, gli spazi dove ci si incontra. Le locazioni turistiche registrate sono passate in pochi anni da poco meno di quattrocento a circa mille. Il dato non dice da solo quante abitazioni siano state sottratte alla residenza, ma mostra quanto serva che l’amministrazione pubblica intervenga sul rapporto fra accoglienza turistica e possibilità di abitare. Vale anche per il Palio, che vive delle persone e delle relazioni che lo rendono possibile tutto l’anno. Difenderlo, come giustamente ha fatto la sindaca da alcune proposte di legge, significa permettere a quella comunità di restare, rinnovarsi e accogliere nuovi abitanti. Si possono conservare tutti i simboli e ritrovarsi con sempre meno vicini di casa.
Intanto, chiamiamo il cartellone con il suo nome e godiamoci la festa. E se proprio vogliamo aggiungere «identitario», prendiamolo come un impegno verso chi questa città la abita. Siena può offrire qualcosa che porti la sua firma: diamole il tempo e i mezzi per farlo.
