di Luisa Marini
Nello scorso fine settimana, la Val di Susa è stata teatro di una violenta escalation di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. L’evento, maturato in concomitanza con la decima edizione del Festival Alta Felicità a Venaus, si è trasformato in una delle mobilitazioni più impattanti degli ultimi anni contro la linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Nel pomeriggio di sabato, infatti, una manifestazione partita da Venaus — che ha visto la partecipazione di circa 20.000 persone, secondo gli organizzatori — si è suddivisa in diverse direttrici dirette verso i cantieri chiave dell’opera (Chiomonte, San Didero e Salbertrand).
Accanto ai manifestanti pacifici, si sono inserite alcune centinaia di attivisti appartenenti all’area più radicale e antagonista, compresi militanti giunti dall’estero, in particolare da Francia e Germania: vestiti di nero e con maschere antigas, hanno promosso un assalto diretto alle infrastrutture dei cantieri e sono riusciti a tagliare le reti di recinzione ed entrare nel cantiere di Chiomonte e in quello di San Didero. Contro il cordone delle forze dell’ordine, schierate a protezione dell’area, sono stati lanciati con le fionde dadi e palle di piombo, sassi, bombe carta, bottiglie molotov e razzi esplosi con lanciatori artigianali. Quattro mezzi delle forze dell’ordine, tra cui due camionette dei Carabinieri, sono stati dati alle fiamme. La Polizia e i Carabinieri hanno risposto con un fitto lancio di lacrimogeni e l’uso di idranti per respingere i manifestanti ed estinguere gli incendi. Più di 120 agenti delle forze dell’ordine, tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, sono rimasti feriti o contusi. La società TELT, incaricata dei lavori, ha stimato i danni materiali iniziali in oltre 1 milione di euro. Gli scontri hanno causato anche il blocco temporaneo dell’autostrada A32 e della linea ferroviaria.
Il movimento NO TAV si è difeso rivendicando l’azione sul cantiere come «diritto alla difesa» del territorio contro quella che definisce una devastazione ambientale sistemica.
Il Presidente della Repubbica, proprio nel saluto di ieri alla stampa, ha espresso una difesa delle Forze di Polizia impegnate in quella operazione. In precedenza la presidente del Consiglio e le massime cariche dello Stato avevano espresso una ferma condanna nei confronti dei gruppi violenti, ribadendo la linea della “tolleranza zero” e sottolineando che la realizzazione della Torino-Lione proseguirà senza arretramenti.
A seguito degli eventi, le forze dell’ordine hanno fermato oltre 1.800 persone nei presidi di controllo territoriali, di cui oltre 450 identificate direttamente in relazione alle violenze: sono stati emessi fogli di via e diversi cittadini stranieri coinvolti negli assalti sono stati respinti al confine; la Procura di Torino ha aperto un fascicolo d’indagine con le ipotesi di reato che includono devastazione e saccheggio, oltre al danneggiamento e alla resistenza a pubblico ufficiale.
Questi i fatti. La riflessione che nasce spontanea riguarda la coincidenza sistematica, all’interno delle manifestazioni pacifiche di studenti e cittadini, di qualsivoglia colore politico, degli attacchi da parte dei cosiddetti black block, che giustificano gli interventi di repressione da parte delle forze dell’ordine e spesso provocano feriti anche in persone di fatto innocenti ma coinvolte loro malgrado dagli incidenti. Ogni volta che grandi mobilitazioni tornano e occupano lo spazio pubblico, può emergere il rischio che vengano delegittimate attraverso il racconto degli episodi violenti.
Ci domandiamo se i manifestanti violenti rivestano un qualche ruolo manovrato dall’alto, dato che il ripetersi di certi episodi trasforma movimenti e proteste collettive in momenti di scontro e finisce per oscurare le legittime rivendicazioni dei manifestanti, spostando l’attenzione dell’opinione pubblica e provocandone la conseguente condanna.
Molte persone stanno ricominciando a parlare, oltre che sui social media, anche in presenza, creando gruppi spontanei di opinione e attivismo sui territori, anche non legati a partiti politici, grazie all’indignazione pubblica scoppiata ad esempio per il genocidio in corso a Gaza.
Ci chiediamo se le incursioni violente nelle manifestazioni non siano dunque provocate ad arte per provocare alla lunga paura da parte della gente comune nei confronti delle masse organizzate, e di conseguenza un sostanziale silenzio sociale.
Tutto questo fa tornare alla mente la teoria della spirale del silenzio di Noelle Neumann, che negli anni ’70 spiegò come le persone, per paura di essere isolate dalla società, tendano a nascondere le proprie idee quando credono che siano minoritarie. In pratica, gli individui controllano continuamente l’ambiente sociale per capire quali opinioni siano accettate e quali no; chi pensa di trovarsi dalla parte della minoranza, preferisce tacere piuttosto che rischiare critiche o solitudine. Più le persone tacciono, più l’opinione della maggioranza sembra forte e dominante, spingendo anche i restanti dissidenti al silenzio. I mezzi di informazione influenzano questo processo mostrando quale punto di vista sia considerato il “clima d’opinione” prevalente, offrono alle persone argomenti e sicurezza per esprimersi, oppure le convincono a restare in silenzio se la loro idea non trova spazio nei flussi informativi ufficiali.
