di Lorenzo Lazzeri
Un bambino può imparare a scorrere immagini prima di saper girare una pagina di un libro o raccontare ciò che prova. È da questa distanza tra abilità digitale e maturazione emotiva che parte la campagna “Non è mai troppo presto”, presentata il 18 giugno a Palazzo Chigi, sui rischi dell’esposizione precoce agli schermi. L’indagine nazionale “Bambini Digitali”, condotta dall’Associazione nazionale Dipendenze tecnologiche, Gap e Cyberbullismo assieme alla Società italiana di pediatria ha esaminato quasi 6.700 famiglie. Emerge che il 61,4% dei bambini tra zero e sei anni utilizza ogni giorno smartphone o tablet. Il 41,5% comincia tra i due e i tre anni, il 19,3% già a due anni; il 16,9% resta collegato per più ore e nell’81% dei casi usa il dispositivo senza una reale supervisione adulta.
Sono percentuali di un cambiamento entrato nelle famiglie ancor prima che fossero definite regole condivise. Lo schermo risolve in pochi secondi un pianto, un pasto difficile o colma un momento di attesa. Il silenzio che produce può sembrare una soluzione. Nei primi anni il bambino impara però attraverso lo sguardo, il movimento, la manipolazione degli oggetti e la risposta dell’adulto. Ogni attività digitale occupa un tempo che avrebbe potuto contenere parole, tentativi ed errori. Lo studio italiano NASCITA ha seguito 2.302 bambini nei primi tre anni di vita. A dodici mesi il 68% guardava filmati e il 57% poteva interagire direttamente con smartphone o tablet; a trentasei le quote salivano al 95 e all’80%. Una maggiore frequenza d’uso è risultata associata a un numero più alto di competenze non ancora raggiunte, soprattutto nell’interazione diretta con il dispositivo.
Le difficoltà osservate riguardavano anche le azioni comuni, come usare correttamente cucchiaio e forchetta, tenere in mano un pastello per disegnare, sfogliare una pagina alla volta, completare un piccolo puzzle, vestirsi e allacciare le scarpe. Le osservazioni non dimostrano che lo schermo sia l’unica causa, vi sono molteplici relazioni e un peso lo ha anche l’ambiente familiare, così variabili come le condizioni sociali, la lettura ad alta voce, la routine del sonno e delle attività all’aperto. Pertanto, le ricerche non hanno confermato un rapporto diretto tra uso dei dispositivi e una condizione conclamata di disturbo del neurosviluppo. Anzi, il problema è più esteso e riguarda anche il comportamento degli adulti.
La “tecnoferenza” (termine che descrive l’ingresso continuo dei dispositivi digitali nei momenti condivisi tra adulti e bambini) nasce quando il telefono interrompe la relazione durante l’allattamento, a tavola, nel gioco o prima di dormire. Un adulto che torna spesso alle notifiche offre meno parole e meno occasioni di attenzione condivisa. Molti genitori ricorrono allo schermo per stanchezza, mancanza di tempo o assenza di sostegno. L’intervento utile consiste nel rendere riconoscibile ciò che il dispositivo sta sottraendo.
Un secondo rischio arriva dai contenuti. Riproduzione automatica, video brevi e piattaforme costruite per trattenere l’attenzione possono esporre anche i più piccoli a immagini incomprensibili o violente. L’Università di Montréal ha compiuto uno studio parallelo condotto su 1.945 soggetti che nei maschi ha evidenziato un’associazione tra la visione prescolare di contenuti televisivi violenti e livelli più elevati di aggressività e comportamento antisociale già a quindici anni. Un risultato di questo genere non permette però previsioni sul singolo bambino, in quanto anche il contesto e la mediazione degli adulti incidono sugli esiti.
Il divieto, da solo, non risolve il problema. Non tutti gli schermi propongono la stessa esperienza. Dopo i primi due anni, contenuti adeguati, tempi brevi e presenza di un adulto possono sostenere linguaggio e alfabetizzazione. Un tablet può servire per costruire una storia, trasformare un disegno in suono, realizzare un’animazione o favorire la comunicazione di un bambino con bisogni specifici.
Bisogna dunque considerare il tempo trascorso davanti allo schermo, l’età, la presenza di un adulto, i contenuti e l’esperienza sostituita. La tecnologia può ridurre attenzione e relazioni quando diventa una presenza continua; inserita in un progetto educativo può estendere alcune possibilità di apprendimento. La direzione dipende dalle scelte degli adulti che la mettono nelle mani dei bambini.
