Ingiustizia di Stato: l’uomo che possedeva una strada ha perso la sua terra

«Una volta lei qui era proprietario, ora non è più niente»: l’ultima umiliazione subita da un uomo che per trent'anni ha affrontato il complesso labirinto burocratico e legale legato alla realizzazione della Siena-Bettolle. Una morsa di procedure espropriative, contenziosi e silenzi amministrativi degne di un racconto kafkiano.

Ingiustizia di Stato: l’uomo che possedeva una strada ha perso la sua terra
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18 Giugno 2026 - 16.02


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di Lorenzo Lazzeri

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Provate per un istante a smettere di essere spettatori. Immaginate che l’accesso ai vostri terreni venga distrutto da una ruspa, che il sentiero che percorrete ogni giorno venga sbarrato da un masso di cemento e che, d’un tratto, la vostra proprietà diventi un’isola irraggiungibile, stretta tra un fiume e una superstrada. Potreste pensare all’incipit di un romanzo distopico, ma si tratta della realtà che ha polverizzato la vita di Massimo Lachi lungo la Siena-Bettolle, precisamente nel tratto tra Armaiolo e il Bivio Colonna del Grillo. Una storia che deve spaventare ogni cittadino, perché dimostra come lo Stato possa trasformarsi in un predatore infallibile, capace di divorare il lavoro di una vita grazie a leggi inique, rigide e al silenzio istituzionale.

Tutto ha inizio con la passione. Nel 1987, Massimo investe 286 milioni di lire per acquistare i poderi Grillo, San Pietro e Piambarocci. Cento ettari di terra senese tra Asciano e Castelnuovo Berardenga, un “fiore d’azienda” rimodernato con sacrifici enormi per coltivare vigneti di Chianti DOCG e seminativi d’eccellenza. Ma il destino di Massimo incrocia le varianti infrastrutturali dell’ANAS: nel 1997 un decreto di occupazione d’urgenza, emesso dal Prefetto di Siena, per il raddoppio della statale 73 avvia un’esecuzione lenta con un iter ventennale. Massimo non si oppone al progresso: «Non sono contro la strada… vorrei solo continuare a fare l’agricoltore». Non sa che l’impatto di quell’opera sul tessuto della sua azienda sarà letale.

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Nel 2002, durante i lavori di ampliamento tra Armaiolo e Colonna del Grillo, vengono chiusi cinque accessi storici ai campi. Sotto il ponte dell’Ombrone, la via utilizzata per il transito dei trattori, viene posizionato un blocco di cemento, si dice “per finalità idrauliche e di sicurezza stradale” di fatto, visitando il luogo, si vede un macigno di cemento che non ha funzione alcuna se non impedire il passaggio dei mezzi agricoli e che, di fatto, isola 14 ettari di terra fertile e rende straordinariamente complesso per l’agricoltore raggiungere gli altri 60 ettari vicini nel comune di Asciano. Da quel giorno, Massimo possiede una terra che può solo guardare da lontano, separata dal mondo da un muro d’asfalto e indifferenza.

La giustizia amministrativa, dopo anni di rimpalli, certifica il corto circuito: l’occupazione iniziale di ampie porzioni di terreno viene dichiarata illegittima. Si crea così un paradosso tipicamente italiano: da un lato l’atto d’imperio dello Stato è viziato, dall’altro il privato non può materialmente riappropriarsi del terreno ormai cementificato. E se Massimo prova a chiudere quella strada che legalmente gli appartiene, viene fermato dalle autorità per “interruzione di pubblico servizio“. È un prigioniero della sua stessa proprietà, e potenzialmente responsabile civile e penale di un’infrastruttura che lo ha ridotto in miseria. Si tratta di un cittadino sospeso in un limbo: proprietario sulla carta di un’area illegittimamente occupata dall’ANAS ma privato del diritto di goderne o bloccarla.

Mentre combatte nei tribunali, la natura gli presenta il conto. Nel 2013 una bomba d’acqua colpisce il tratto tra Armaiolo e Colonna del Grillo; la presenza di barriere e manufatti nell’alveo dell’Ombrone, tra qui proprio quel blocco di cemento, secondo la ricostruzione di parte rallenta il deflusso dell’acqua, che conseguentemente invade i terreni circostanti sommergendo mezzi e strutture. Alle legittime proteste del conduttore, la risposta di chi interviene per ripristinare il deflusso dell’Ombrone è un insulto: «È stato fatto tutto bene perché a farlo è stato l’ingegnere dell’ANAS». Intanto, per non affogare nei debiti, Massimo gestisce distributori di benzina sulla sua stessa terra, subendo nel corso degli anni una raffica di furti e vivendo notti di esasperazione nel silenzio delle istituzioni locali.

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Il culmine dell’orrore burocratico arriva con l’applicazione dell’Articolo 42 bis del Testo Unico Espropri, una norma che consente alla Pubblica Amministrazione di acquisire un terreno sanando ex post l’illegittimità dell’occupazione passata. La beffa finale è un capolavoro di cinismo, perché per Massimo la procedura si traduce nell’ennesimo blocco: le somme spettanti a titolo di indennizzo non entrano immediatamente nelle sue disponibilità operative, ma vengono vincolate e depositate secondo le rigide procedure di legge, lasciandolo senza le risorse necessarie per ripianare le pendenze accumulate durante il contenzioso.

La crisi finanziaria generata dal blocco dell’attività agricola produce effetti devastanti. Persino il suo trattore blu, il simbolo della sua giovinezza e del suo lavoro, viene pignorato per soddisfare i creditori e le spese legali. Svuotato di ogni bene, stretto tra ingiunzioni di pagamento, accertamenti fiscali d’ufficio e tassi bancari, Massimo è stato messo definitivamente con le spalle al muro. Oggi questo lavoratore che ha dedicato quarant’anni alla sua terra è stato spogliato di tutto. Mentre i cantieri ANAS continuano a ridefinire i confini dei suoi vecchi possedimenti, un addetto gli ha gridato in faccia la verità più cruda di questa storia: «Una volta lei qui era proprietario, ora non è più niente».

Schiacciato da un sistema normativo asimmetrico e da procedimenti amministrativi che sembrano coordinati per logorare la resistenza del singolo, Massimo Lachi è oggi un uomo sconfitto dalla burocrazia. Sotto il peso delle conseguenze di un iter espropriativo tormentato è costretto a emigrare in cerca di lavoro, lontano da quei campi che ha pagato e amato, ma che il tracciato della Siena-Bettolle gli ha sottratto per sempre. Questa non è solo la sua storia. Casi di questo genere sono avvenuti e continuano ad avvenire in tanti altri luoghi, come a Fiuggi con l’Autostrada del Sole, Terzo Valico ferroviario dei Giovi e dell’Alta Velocità tra Novi Ligure e Genova, il Passante di Mestre, la Salerno-Reggio Calabria. È il racconto di come l’interesse pubblico, quando gestito senza flessibilità e attenzione al fattore umano, possa cancellare i diritti del singolo. Perché, come dice Massimo con l’ultima oncia di dignità rimasta: «Non c’è mai scadenza per un’azione sbagliata dello Stato».

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