Stipendi fermi, prezzi in corsa e povertà in crescita

Tra ritardo nei contratti e la perdita del potere d'acquisto, gli italiani non riescono a sostenere tutti gli aumenti.

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2 Maggio 2026 - 16.34


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di Lilia La Graca

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Non è più solo una sensazione: negli ultimi anni il portafoglio fatica davvero a tenere il passo con il carrello della spesa, con i prezzi nei negozi e perfino con il pieno di benzina. Al supermercato succede sempre più spesso di pagare di più per portare a casa meno, tra confezioni ridotte e prezzi in aumento. A spiegare perché succede sono Milena Gabanelli e Simona Ravizza che, in un’analisi pubblicata sul Corriere della Sera, individuano le principali ragioni per cui i redditi non riescono più a stare al passo con il costo della vita.

Uno dei problemi principali è il ritardo nel rinnovo dei contratti. Quando l’inflazione era bassa, questo pesava meno: anche se gli aggiornamenti arrivavano tardi, gli stipendi riuscivano comunque a tenere il passo. Tra il 2015 e il 2021, infatti, i salari sono cresciuti più o meno quanto i prezzi, a volte anche un po’ di più.

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Tutto cambia quando l’inflazione accelera: nel 2022 i prezzi salgono dell’8,5% e nel 2023 del 6,4%. In queste situazioni il tempo diventa decisivo. Se i contratti vengono rinnovati in ritardo, il danno è già fatto: i prezzi sono aumentati, ma gli stipendi restano fermi, e così si perde potere d’acquisto.

Nel settore pubblico questo problema si vede chiaramente. Prendendo due ambiti molto grandi, Istruzione e Ricerca e Sanità, che coinvolgono quasi due milioni di persone, si nota che i rinnovi sono arrivati in ritardo: il contratto 2022-2024 di Istruzione e Ricerca è stato firmato solo a dicembre 2025, circa un anno dopo la scadenza; quello della Sanità a ottobre dello stesso anno, con dieci mesi di ritardo. Per molto tempo, quindi, i lavoratori hanno continuato a percepire stipendi decisi prima dell’aumento dei prezzi. E la situazione non è ancora risolta: a febbraio 2026 tutti i contratti del pubblico impiego risultano ancora scaduti.

Nel settore privato la situazione è più varia, ma non per questo migliore. A febbraio, il 12,7% dei lavoratori ha un contratto scaduto (in calo rispetto al 35,3% del mese precedente). Tuttavia, ci sono settori con ritardi pesanti: nel commercio, ad esempio, un contratto scaduto nel 2019 è stato rinnovato solo nel 2024, dopo cinque anni; tra i metalmeccanici, il rinnovo del contratto scaduto nel 2024 è arrivato nel 2025, dopo una trattativa durata 17 mesi e accompagnata da scioperi.

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In media, oggi passano circa 14 mesi nel pubblico e quasi altrettanti nel privato tra la scadenza e il rinnovo dei contratti. Un’attesa lunga, che ha conseguenze concrete sulla vita delle persone. A tutto questo si aggiunge un altro problema: la perdita di potere d’acquisto. In parole semplici, negli ultimi anni gli stipendi sono aumentati, ma meno dei prezzi. Dal 2019 le retribuzioni sono cresciute del 12,2%, mentre il costo della vita è salito di quasi il 20%. Questo significa che, anche quando arrivano aumenti, con quei soldi si compra meno di prima. Una differenza che, per molti lavoratori, vale migliaia di euro l’anno. E non è un problema solo recente: mentre in altri Paesi europei i salari reali sono cresciuti, in Italia sono rimasti fermi o addirittura diminuiti nel tempo.

Il governo Meloni è intervenuto per limitare gli effetti dell’inflazione, ma non direttamente sugli stipendi, bensì sul sistema fiscale. Ha ridotto l’Irpef, con nuove aliquote al 23% e al 33%, e introdotto bonus e detrazioni per aumentare il netto in busta paga. Tuttavia, questi interventi non bastano a recuperare davvero quanto si è perso.

C’è poi un altro meccanismo, meno evidente ma molto concreto. Quando uno stipendio aumenta, su quella cifra si pagano più tasse e allo stesso tempo si riducono alcune detrazioni. Il risultato è che l’aumento reale in busta paga è spesso molto più basso del previsto. Per evitare che questi incrementi vengano quasi annullati, la legge di Bilancio 2026 ha introdotto una misura temporanea: sugli aumenti legati ai rinnovi contrattuali si applica una tassa ridotta al 5%. È un vantaggio concreto, ma temporaneo: dal 2027 si tornerà al sistema ordinario.

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Resta però una soluzione parziale, che non risolve il problema alla radice e crea anche nuove differenze: vale solo per il settore privato e favorisce chi rinnova il contratto entro il 2026. Per questo molti economisti sottolineano che gli stipendi dovrebbero crescere soprattutto attraverso la contrattazione, più che tramite il fisco.

Qui entra in gioco il ruolo dei sindacati, oggi più deboli e frammentati rispetto al passato. Negli ultimi anni si sono trovati spesso a difendere i posti di lavoro più che a ottenere aumenti salariali, in un contesto in cui molte imprese competono riducendo il costo del lavoro. Questo porta a rinnovi sempre più lenti e salari fermi per lunghi periodi. Nel pubblico la situazione è simile, con un’aggravante: il datore di lavoro è lo Stato, e i dipendenti pubblici non sono sempre una priorità politica. Anche per questo, secondo l’Ufficio parlamentare di Bilancio, il sistema fiscale dovrebbe diventare più semplice e chiaro, separando le imposte da bonus e detrazioni e rendendo questi ultimi più mirati.

Donne, giovani e meridionali sono tra quelli che pagano il prezzo più alto. Spesso entrano nel mondo del lavoro con contratti precari, stipendi più bassi e meno tutele. Questo li rende ancora più esposti all’aumento dei prezzi. Se i salari non crescono abbastanza, diventa difficile essere indipendenti, risparmiare o affrontare spese importanti come l’affitto o una casa. Inoltre, i ritardi nei rinnovi colpiscono di più chi è all’inizio della carriera, rallentando ulteriormente la possibilità di migliorare la propria situazione. Non a caso, molti giovani guardano all’estero in cerca di condizioni migliori.

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Il problema non è solo l’aumento dei prezzi, ma il fatto che salari e contratti non riescono a stare al passo. I ritardi nei rinnovi, la perdita di potere d’acquisto e i limiti delle misure fiscali rendono sempre più difficile mantenere lo stesso tenore di vita. Gli interventi fatti finora aiutano, ma non bastano. Senza contratti più rapidi, salari più dinamici e un sistema più equo, il rischio è che la distanza tra redditi e costo della vita continui ad allargarsi, mettendo sempre più famiglie in difficoltà. Nel report Istat si legge che nel 2025 risultano a rischio di povertà lavorativa il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni.

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