Quante volte da bambini ci hanno raccontato la favola “Al lupo! Al lupo!”. È antica, crescendo abbiamo saputo che era attribuita ad Esopo, lo scrittore greco inventore delle favole con morale. “Chi dice troppe bugie perde credibilità e rischia di non essere creduto neanche quando dice la verità” è quella tramandata da questa favola. Quell’insegnamento di Esopo vale anche oggi e vale soprattutto per Donald Trump.
Il presidente degli Usa ce la sta facendo vivere in versione geopolitica e con scenografia globale con al posto del lupo, lui, affamato di potere e ricchezza. Il gregge a rischio è vasto ma composto soprattutto dall’Iran, dallo stretto di Hormuz e da una collezione di Paesi che sembrano usciti da un’estrazione a sorte un po’ agitata: Venezuela, Cuba, Groenlandia e via elencando. Il copione è sempre quello con dichiarazioni roboanti, ultimatum con scadenza tipo yogurt (“entro martedì sera o succede l’inferno”), promesse di riportare qualcuno “all’età della pietra”. Poi però passa qualche giorno, e il mondo resta lì, sospeso tra “oddio succede davvero” e “vabbè, anche oggi è passato, magari domani”.
Nel frattempo, dall’altra parte, la “pecorella” ’Iran non pare alla fine dei suoi giorni, sembra più quella che, sentendo gridare “al lupo” per la decima volta, alza le spalle e dice: “Ok, ma intanto io lo stretto di Hormuz me lo tengo stretto, e lo faccio pagare caro”. Il punto, forse, non è capire se Trump stia bluffando oppure no. Il punto è che, a forza di gridare, il confine tra minaccia e realtà diventa sfocato. Un giorno non ci credi più, e il giorno dopo scopri che forse avresti dovuto.
E allora viene da immaginare un libro di storia tra una sessantina d’anni. Titolo possibile: “Come abbiamo smesso di preoccuparci e abbiamo imparato a convivere con gli ultimatum”. Dentro capitoli come “Settimana 8: ancora nessuna fine del mondo, ma prezzi del petrolio impazziti e aerei costretti a stare fermi nell’hangar di Brindisi, mentre Trump si collega con il comizio di Orban a Budapest per far sentire il suo ululato contro l’Europa di Bruxelles”.
Nel 2090, forse, gli studenti del nuovissimo liceo classico romano “Piantedosi-Conte”, tutto costruito in vetro trasparentissimo là dove c’era un tempo il Viminale, lo leggeranno ridendo, come noi oggi leggiamo certe cronache assurde del passato. Oppure no. Magari si chiederanno davvero com’è stato possibile affidarsi a un uomo così imprevedibile come Donald Trump, capace di trasformare la diplomazia in una specie di reality show.
Questa mattina ci siamo svegliati con la “tregua”, ma non vale per il Libano. Intanto noi restiamo nel dubbio, a metà tra l’ironia e il sospetto. Perché ogni tanto, quando qualcuno grida “al lupo”, viene comunque da dare un’occhiata fuori dalla finestra. Non si sa mai.
