Gli oligarchi della guerra: quando un privato può ‘spegnere’ il campo di battaglia. IV di IV

Da Starlink ad Amazon Web Services le infrastrutture digitali dei conflitti sono in mano a un pugno di aziende. La sovranità degli Stati passa dalle decisioni dei proprietari delle piattaforme.

Gli oligarchi della guerra: quando un privato può ‘spegnere’ il campo di battaglia. IV di IV
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30 Marzo 2026 - 12.17


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di Lorenzo Lazzeri

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Nel 2022 Starlink, la rete satellitare di SpaceX, è diventata vitale per le comunicazioni ucraine al fronte. In seguito, Musk ha rifiutato di estendere la copertura verso la Crimea per un’operazione ucraina con droni navali, sostenendo di temere un’escalation con la Russia. Il fatto, documentato nella biografia scritta da Walter Isaacson, dimostra che la capacità operativa di un esercito nazionale dipende dalla volontà di un singolo imprenditore privato. Il punto non riguarda solo Musk. Sempre più spesso le infrastrutture digitali decisive in guerra appartengono a soggetti privati che rispondono prima di tutto a logiche aziendali e societarie.

Dario Guarascio, nel volume “Imperialismo digitale”, documenta una relazione di mutua dipendenza tra Stati e piattaforme tecnologiche. Da un lato gli apparati militari non possono operare senza infrastrutture cloud, sistemi di archiviazione, calcolo remoto e intelligenza artificiale gestiti da privati. Dall’altro, le aziende tecnologiche dipendono dal sostegno diplomatico e militare dei governi per espandersi all’estero e proteggersi dalle normative antitrust che minacciano i loro monopoli.

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Il caso più eclatante è proprio l’Ucraina. Amazon Web Services ha contribuito, già nei primi mesi dell’invasione, a spostare nel cloud una parte dei dati che costituivano gli asset informativi critici del Paese, inclusi archivi amministrativi, fiscali, educativi e bancari. Ciò per sottrarli al rischio di distruzione fisica. Le informazioni su cui si fonda la capacità di governo e difesa di uno Stato sovrano risiedono adesso su server di un’azienda privata statunitense. SpaceX fornisce la connettività Internet al fronte con i terminali Starlink. Microsoft è inoltre presente nel settore militare con contratti legati ai visori HoloLens, sviluppati per l’esercito statunitense.

Per l’analisi automatizzata delle immagini e dei dati di sorveglianza il programma simbolo resta Project Maven. Avviato con il contributo di Google è poi andato avanti senza l’azienda dopo le proteste interne del 2018, che spinsero il gruppo a adottare principi contrari all’uso diretto della propria AI per scopi bellici. Da allora è cresciuto il peso di aziende come Palantir e Anduril Industries, che hanno adottato il progetto.

I dati dei social media rappresentano una risorsa primaria per l’intelligence. Le piattaforme come quelle di Meta non hanno contratti diretti di fornitura militare paragonabili a quelli di Amazon o Microsoft, ma i contenuti pubblicati dagli utenti alimentano l’Open Source Intelligence, la raccolta di informazioni da fonti pubbliche utilizzata da attori statali e non statali per profilare individui e identificare vulnerabilità. In questo quadro sono circolate anche ipotesi giornalistiche su un possibile uso indiretto di dati o metadati riconducibili a ecosistemi di messaggistica come WhatsApp per alimentare i database dei bersagli a Gaza, circostanza che Meta ha sempre smentito.

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I numeri danno la misura della concentrazione. L’AI e le reti globali sono sempre più concentrate in pochi Paesi e in poche grandi imprese. Lo stesso vale per i cavi sottomarini, dove gruppi come Google, Meta e Microsoft sono diventati investitori centrali in un’infrastruttura attraverso cui passa la gran parte del traffico intercontinentale. Aziende come Google e Meta sono oggi i principali investitori nei cavi in fibra ottica transoceanici, superando le compagnie di telecomunicazioni tradizionali. Pur non essendo fornitori, sono divenuti l’infrastruttura su cui gli Stati combattono, spiano e comunicano.

Massimo Gaggi e Franco Bernabè collocano questa dinamica in una traiettoria più ampia che passa dal controllo dei dati e della comunicazione digitale fino al loro impiego come leva strategico-militare. Il passaggio dalla manipolazione del consenso alla conduzione della guerra è un’evoluzione coerente della logica algoritmica. Nel 2019 il caso Cambridge Analytica aveva già dimostrato la capacità delle piattaforme di manipolare voti e comportamenti attraverso l’analisi dei dati personali. Oggi la stessa capacità viene applicata per identificare bersagli umani su larga scala. Le Big Tech statunitensi competono con i giganti cinesi Alibaba, Baidu e Tencent per il controllo dei dati e delle reti. Per Gaggi questa competizione prende la forma di un “imperialismo digitale”, basato sul controllo dei dati e su una crescente capacità di incidere tanto sul consenso quanto sulle infrastrutture strategiche.

Ne deriva una sovranità più fragile e mediata. Una parte crescente delle capacità con cui uno Stato comunica, conserva dati, coordina operazioni e combatte dipende da infrastrutture possedute da aziende private. Il fatto che un imprenditore possa incidere direttamente sulla connettività di un esercito al fronte dà la misura di quanto il potere si sia spostato fuori dai tradizionali meccanismi di controllo pubblico, democratico e delle regole del diritto internazionale.

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Quello qui pubblicato è uno dei quattro articoli dell’inchiesta.

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