Narges Mohammadi, Nobel per la Pace, ha iniziato uno sciopero della fame nel carcere iraniano dove è detenuta. Protesta contro una detenzione che considera illegale e contro l’isolamento impostogli. L’attivista, rinchiusa a Mashhad, chiede condizioni minime: telefonate alla famiglia, colloqui con gli avvocati, visite regolari. Garanzie sulla carta, inesistenti nei fatti. Dall’8 gennaio 2026 non può più comunicare con nessuno. La Fondazione che porta il suo nome fa notare la tempistica: è lo stesso periodo del blackout nazionale durante le manifestazioni. Ali Rahmani, figlio di Mohammadi e co-presidente della Fondazione, parla da Parigi: «Siamo molto preoccupati. La sua vita è in pericolo».
Mohammadi ha problemi cardiaci e polmonari. Anni di carcere l’hanno debilitata. Lo sciopero della fame diventa ancora più rischioso. I sostenitori parlano di violazione sistematica. L’obiettivo è chiaro: “quella donna deve tacere”. Chirinne Ardakani, legale di Mohammadi, ha confermato l’inizio del digiuno tre giorni fa. Beve acqua, assume zucchero e sale. Nient’altro. E rifiuta anche farmaci di cui avrebbe bisogno. Nelle sue condizioni, potrebbe essere fatale. Da quando ha smesso di mangiare, è in cella di isolamento. L’arresto risale al 12 dicembre, prima che esplodessero le proteste attuali. Secondo molti osservatori, la crisi più grave per la Repubblica islamica dal 1979. L’hanno arrestata a Mashhad, al funerale di Khosrow Alikordi, avvocato per i diritti umani trovato morto in ufficio. Le circostanze mai chiarite. Secondo chi è vicino alla famiglia, l’intervento è stato brutale e avrebbe riportato lesioni curate in ospedale.
Nobel 2023 per la Pace, Mohammadi ha speso la sua vita a difendere i diritti civili, specialmente quelli delle donne. Nel dicembre 2024 la sospensione temporanea della pena per motivi sanitari, dopo un intervento. Ora è di nuovo dentro, le cure interrotte. Le continue prigionie, di fatto, le hanno impedito di ritirare il Nobel di persona. Cerimonia in absentia. Nel 2022 aveva appoggiato pubblicamente le proteste per Mahsa Amini, morta in custodia. È diventata simbolo del movimento ‘Donna, Vita, Libertà’.
L’Iran nel 2026 è di nuovo esploso. Proteste, violenza e i veri numeri dei morti taciuti. Il suo sciopero della fame fa parte di uno scontro più grande col regime. Mohammadi ha scelto da tempo la strada della resistenza pacifica. Sit-in, scioperi della fame, proteste organizzate. È il punto di riferimento per la campagna anti-pena di morte e dal carcere coordina proteste in tutto il sistema penitenziario iraniano. A Oslo, a ritirare il premio, sono andati i figli gemelli: Kiana e Ali Rahman. Avevano diciassette anni. Hanno letto un messaggio fatto uscire di nascosto da Evin: «Il popolo iraniano supererà repressione e autoritarismo. Con perseveranza. È certo, non abbiate dubbi». Frasi che oggi tornano attuali e raccontano la speranza verso un futuro che verrà.
