La campana dei Bimbi non nati e come la Chiesa, implicitamente, condanni ancora chi abortisce

Non madri che hanno abortito ma, anzitutto, bimbi non nati. La retorica della Chiesa è sempre la stessa, le donne e il loro corpo ancora oggetto di giudizio e prescrizioni morali.

La campana dei Bimbi non nati e come la Chiesa, implicitamente, condanni ancora chi abortisce
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27 Gennaio 2026 - 11.26


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di Lilia La Greca

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Il 28 dicembre 2025, nella torretta della Villa Giovanna d’Arco a Sanremo è stata inaugurata una nuova campana, quella dei Bimbi non nati, fusa nel 2021-2022 in occasione dei “40 Giorni per la Vita”  della diocesi Ventimiglia-San Remo. Ovviamente, come prevedibile, sul caso si sono schierati subito due fronti contrapposti. Da un lato la voce cattolica più istituzionale: Avvenire, nell’articolo dedicato alla vicenda di Sanremo, invita a “disinnescare” la polemica partendo dalle intenzioni dichiarate. La campana viene presentata come gesto di preghiera, “richiamo quotidiano alla coscienza, alla preghiera e alla misericordia”, invito al silenzio e alla compassione; “nessun intento aggressivo o colpevolizzante” verso chi porta la ferita di un aborto; un segno giubilare di riconciliazione che “affida al cuore misericordioso di Dio ogni vita ferita” e che vorrebbe “dare voce a chi non ha potuto avere voce”.

Anche la diocesi, nei ringraziamenti ufficiali, insiste su questa cornice: non un atto contro qualcuno, ma un gesto pastorale e culturale, “invito alla preghiera per la vita nascente”, collocato in una tradizione più ampia, anche internazionale, e sostenuto da diverse realtà del mondo cattolico. Dall’altro lato, però, la lettura più militante dell’iniziativa. In questo caso la campana viene interpretata apertamente come “richiamo contro l’aborto”, fino a far emergere l’idea che l’aborto non sia un diritto, ma un delitto. Qui il suono smette di essere soltanto una carezza spirituale e diventa un messaggio morale esplicito, diretto, rivendicato.

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Ora, se la tesi secondo cui “non danneggia nessuno” vuole reggersi, dovrebbe poggiare su presupposti molto solidi: che un simbolo resti davvero innocuo e astratto; che basti dichiarare “non colpevolizziamo” perché nessuno si senta giudicato; che evocare la misericordia sia sufficiente a neutralizzare ogni asimmetria di potere. Ma la storia, lunga e ostinata, racconta altro. I simboli di questo tipo non sono mai soltanto ciò che affermano di essere: sono ciò che evocano e, soprattutto, le persone su cui finiscono per gravare. E se c’è un luogo su cui simboli e morali hanno amato atterrare per secoli, è il corpo femminile.

In questa prospettiva, la campana non è un semplice oggetto: è una grammatica. E quella grammatica, anche quando si ammanta di tenerezza, ha una sintassi riconoscibile: da una parte l’innocenza, dall’altra la scelta; da una parte il “mai nato” elevato a simbolo assoluto, dall’altra la donna relegata sullo sfondo, trasformata in contesto marginale. Non si parla, quantomeno in prima battuta, di madri che hanno abortito, loro sono secondarie, ma di bimbi non nati.

A riguardo basti pensare alla non affatto neutra associazione della campana alla celebrazione dei Santi Innocenti. È la stessa diocesi ad aver associato la figura dei Santi Innocenti ai bambini non nati, affidandoli alla loro intercessione e inserendoli esplicitamente all’interno della celebrazione liturgica dedicata ai martiri innocenti È qui che si apre la frattura, perché la misericordia, quando scorre dall’alto verso il basso, non è mai neutra: porta con sé un tribunale implicito, dal momento che non esiste perdono senza colpa, né assoluzione senza qualcuno da assolvere. Così il linguaggio della cura, pur potendo lenire, rischia di trasformarsi in una formula elegante per dire “ti assolvo” e, implicitamente, “eri colpevole”.

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Vale allora una precisazione conclusiva. L’intento del pezzo non è giudicare, colpevolizzare o demonizzare il cristianesimo, né la fede di chi si riconosce in questi gesti: sarebbe  riduttivo. Il punto non è la religione in sé, né la legittimità della preghiera o del lutto, ma l’uso pubblico dei simboli e il modo in cui essi vengono caricati di significati che, di fatto, finiscono per colpire sempre gli stessi soggetti. 

Proprio per questo la questione resta aperta: sarebbe bastato inaugurare una campana per le morti innocenti, per le innocenze spezzate di ogni tipo. Senza selezioni, senza gerarchie morali e senza attribuzioni implicite di colpa, perché il gesto restasse realmente non giudicante. La scelta, invece, è stata quella di dare al suono di quella campana un perimetro preciso, legandolo a una ferita specifica e ancora aperta, finendo così per “infilare il dito nella piaga”. Non si tratta di un atto neutro — non perché sia religioso, ma perché, così concepito, trasforma un simbolo che avrebbe potuto unire in un segnale che divide, riaprendo un dolore che non chiede di essere assolto, ma semplicemente riconosciuto senza essere messo sotto processo.

Allora forse la domanda non è se quella campana abbia il diritto di suonare, ma che cosa sceglie di far risuonare. Perché i simboli non sono mai casuali: rivelano sempre da che parte guardano il mondo. E quando un suono pubblico nasce per ricordare, ma finisce per pesare, non sta parlando del passato. Sta dicendo molto del presente che abbiamo deciso di abitare.

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