Franco Cardini: “I venti di guerra oggi soffiano come nel 1939”

Dal Venezuela alla Groenlandia, passando per l’Ucraina e Israele. Il famoso storico spiega in questa intervista, attraverso la lente della storia, quello che sta accadendo.

Franco Cardini: “I venti di guerra oggi soffiano come nel 1939”
Il Prof. Franco Cardini
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Marcello Cecconi Modifica articolo

10 Gennaio 2026 - 18.40


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Assistiamo quotidianamente a rilevanti fatti nell’arena politica mondiale. Dagli Stati Uniti alla Russia, da Gaza all’America Latina. Per tentare di capire quello che sta avvenendo abbiamo conversato con il Prof. Franco Cardini.

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Professor Cardini, gli Usa hanno in passato fatto acquisti di paesi e altri presi con la forza per garantirsi rotte commerciali e sicurezza strategica. Accade di nuovo oggi?

“Gli Usa hanno sempre fatto quello che hanno voluto, sono sbarcati nel Messico della porta accanto, ma sono arrivati perfino in Marocco. Erano gli inizi del Novecento quando Roosevelt inviò truppe e navi a Tangeri rischiando un anticipo della Prima guerra mondiale. La giustificazione era liberare una signora americana che si diceva rapita dal capo dei ribelli berberi quando invece era solo sua volontaria ospite. Il film del 1975 Il Vento e il Leone con Sean Connery e Candice Bergen ci ricorda bene la storia.”

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Perché avviene questo con gli statunitensi?

“È normale che si comportino così perché la loro storia è nata con una ribellione ed è proseguita con una serie di colpi di mano come, appunto, quello in Messico del 1864 quando pur impegnati nella Guerra Civile scelsero di appoggiare i rivoltosi repubblicani contro l’imperatore Massimiliano d’Asburgo. Quest’ultimo non era arrivato al potere con un colpo di stato, ma fu regolarmente eletto dal Parlamento dell’allora Repubblica messicana che, legittimamente, scelse di diventare Impero e che durò per tre anni. Un’operazione intaccabile dal punto di vista del diritto internazionale, eppure gli statunitensi non hanno esitato un attimo a rovesciare quel governo sovrano.”

Trump, in questo contesto odierno, può continuare la stessa logica di allora come ha fatto o minaccia di fare con Venezuela e Groenlandia?

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“Questo di oggi è un contesto di deregulation. Anche fino ad oggi gli Usa hanno fatto tante cose illecite per le quali c’è da discutere, ed è stato fatto, come l’intervento in Vietnam e, prima ancora, quello in Corea dove non c’era semplicemente una guerra civile fra il Nord comunista e il Sud conservatore ma qualcosa di più complesso. Fu, quindi, un problema di diversità e legittimità violata. Ma tutto si giustificava perché si trattava di musulmani, nel caso del Marocco, o di comunisti nel caso di Corea e Vietnam. Anche nel caso di Cuba degli anni Sessanta si trattava di comunisti proprio come oggi in Venezuela che, per giunta, questi sono anche trafficanti di droga. Quindi, anche per la Groenlandia troveranno giustificazioni, però mi pare che in questo caso, Trump, si comporti più da imprenditore che da militare conquistatore quando afferma chiaro e tondo che “la Groenlandia ci serve”. È vero che questo paese è attaccato all’Unione Europea ma visto che siamo in sistema di deregulation che non comincia a manifestarsi, come generalmente accade, dai lati bassi o mediani di una società, ma da piccoli episodi appoggiati da poteri che non sempre sono particolarmente alti e che, tranquillamente, calpestano il diritto internazionale. E molti paesi, a cominciare dal Nord Europa, si sono già accodati a Trump, come del resto ha fatto l’Italia che ha uno strano modo di essere governato da un partito e da un personaggio che si dichiarano sovranisti.”

Dal punto di visto storico mi pare che lei non sia troppo sorpreso da questo atteggiamento di Trump.

“No, troppo sorpreso no. Nella sostanza gli Usa hanno sempre fatto una politica di questo genere a partire dal 1823 con la dichiarazione del presidente Monroe che sostanzialmente metteva in guardia gli europei dicendo che l’America è degli americani. Voleva significare che il continente americano doveva rimanere vergine da sovranità europee e che gli Stati Uniti d’America sarebbero stati il grande difensore. Trump non fa eccezione quando sostiene che “il nostro cortile di casa è tutto il continente americano”. Gli Usa si sono sempre comportati di conseguenza usando metodi soft come in Messico e più drastici altrove, estromettendo comunque ad una ad una le potenze europee come Spagna e Portogallo che si erano colonialmente installate. Eppure, gli Usa hanno agito sempre adattandosi al momento storico e senza mai rompere con i paesi europei. Cosa diversa avvenne alla fine dell’Ottocento quando la Spagna non voleva mollare Cuba e scoppiò la guerra ispano-americana. Gli statunitensi furono bravi però a montare a loro vantaggio il nazionalismo dei poeti patrioti dell’isola che anelavano a liberarsi dal giogo spagnolo e fecero così di Cuba un paese satellite. Poi, negli anni Sessanta del Novecento, arrivò la Cuba di Fidel Castro che è un caso a parte – e resta una ferita per gli Usa – sia per la qualità del grande leader e personaggio sia per qualità del movimento comunista cubano. Ma se, appunto, si esclude questo caso che fu un’eccezione perché i sovietici volevano mettere i carri armati a due passi dagli Usa, cosa c’entrano gli americani con la Corea, cosa c’entrano con il Vietnam, e c’entrano qualcosa con Taiwan? Resta comunque da ricordare, però, che il colonialismo degli Usa non è stato il primo, è venuto dopo quello inglese, francese e olandese, ma gli statunitensi lo hanno fatto rinascere presentandolo come strumento di progresso e democrazia.”

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Lei è uno storico e non indovino ma, a suo avviso, cosa potrebbe accadere nei prossimi due anni?

“Io faccio lo storico e fingiamo che fare lo storico sia un mestiere tanto importante e tanto serio come fare il medico. Allora come il medico non faccio né previsioni né profezie ma, al massimo, posso fare una diagnosi. Si osservano attentamente le analisi del sangue, le lastre e quant’altro necessario e si stabilisce che il malato ha certi disturbi e, in base a questi, possiamo dire che ha davanti a sé dieci, vent’anni, oppure che ha bisogno d’un intervento immediato e, spesso, senza garanzia nella riuscita. Ecco, esaminato lo stato attuale delle cose, e riferendosi ai precedenti delle due guerre mondiali del Novecento, posso dire che siano praticamente nella situazione d’incertezza paragonabile a quella dell’estate del 1939 quando i venti di guerra erano più forti rispetto alla primavera del 1914. Infatti, nel periodo che precedette lo scoppio della Prima guerra mondiale i paesi europei erano in situazione migliore per evitare un conflitto. C’erano, è vero, delle tensioni e le crisi tra Austria e Russia e tra Germania e Francia, ma alla fine la guerra scoppiò per l’attentato del ragazzo serbo che non era armato, direttamente almeno, dalla Russia, ma soprattutto per la mancanza di saggezza della diplomazia austriaca. Il Kaiser Guglielmo non aveva voglia di pazientare e quella che avrebbe dovuto essere una guerra locale con piccole battaglie divenne una guerra mondiale. Nel 1939, per Danzica, le cose andarono diversamente perché c’era la precisa volontà del governo tedesco di prendersi quello che per Hitler era l’ultimo brandello di terra germanica che non era ancora tornato in patria. In questo caso, tutte le diplomazie messe in atto da Francia e Inghilterra, che in altri avevano funzionato, con Hitler s’incepparono. Oggi, come allora, i venti di guerra soffiano forte con due paesi come Ucraina e Russia dove la guerra è caldissima, e poi c’è il Medio Oriente e il Vicino Oriente dove Israele sta conducendo un’azione condannata da tutto il mondo con l’eccezione degli Usa.”

Cosa c’è da sperare allora?

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“Se il nostro scopo è augurarsi che qualunque cosa accada venga mantenuta la pace, l’atteggiamento misurato di gran parte del mondo nei confronti di Israele fa ben sperare che si possa evitare di far scattare provocazioni tali che potrebbero portare alla guerra. Lo stesso discorso si può fare anche per l’Ucraina, ma lì siamo appesi ad un filo perché la non escalation è legata molto ai rapporti Putin-Trump. La crisi Ucraina non può dilagare e Trump tiene bloccato tutto il resto dell’occidente ma, allo stesso tempo, obbliga Putin a non dire nemmeno una parola su quello che sta facendo Netanyahu, con la conseguenza che tutti i paesi che pensano che sarebbe necessario limitarlo, ammonirlo o sanzionarlo, temono di entrare in difficoltà con Trump stesso.  Insomma, il connubio Trump-Putin, nonostante le incertezze e le minacce funziona. Se qualcosa saltasse in questo sistema molto fragile e diplomaticamente sporco, allora potremmo rischiare davvero.”

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