Riabilitiamo Cassandra: non porta sfortuna ma ci mette in guardia dai pericoli

Per tanti la figlia del re di Troia Priamo è una menagrama. La realtà è un'altra: la principessa prevedeva il futuro e le sciagure ma non veniva creduta

Riabilitiamo Cassandra: non porta sfortuna ma ci mette in guardia dai pericoli
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16 Dicembre 2020 - 16.15


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Capita spesso, in campo linguistico, di assistere allo slittamento di significato di espressioni che in partenza ne avevano tutt’altro, o di usi impropri. Così è successo nel caso della povera Cassandra, personaggio mitologico cantato dall’epica e dalla drammaturgia greca: bellissima figlia del re di Troia Priamo e amata dal dio Apollo, non ricambiando gli ardori del nume venne da questi munita del dono della profezia, ma al tempo stesso condannata a non essere mai creduta nelle sue predizioni.

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Dunque, la locuzione “essere una Cassandra”, “fare la Cassandra”, equivale per antonomasia a mettere in guardia da pericoli incombenti, ma invano, perché i destinatari dell’ammonimento non se ne daranno per inteso. Questo il senso dell’espressione, ben preciso, e purtroppo applicabile a numerose circostanze e situazioni della vita umana. Niente a che vedere, quindi, con la sfortuna: assurdo tacciare di essere un menagramo chi, provvisto di acume e lungimiranza, riesce a prevedere gli esiti infausti di un’azione, di un avvenimento, e li segnala agli altri, ricavandone per tutta risposta un’alzata di spalle, un noncurante menefreghismo, quando non un’aperta presa in giro. Se poi il pericolo si concretizza, è evidente che la iella non c’entra niente; semmai la colpa è di chi, pur avvertito del rischio, se ne è bellamente infischiato, non certo di chi aveva avuto il buonsenso di avvisarlo.

Appare quindi macroscopico l’uso improprio ormai dilagante di questa espressione, per designare un individuo che porta sfortuna, che preannuncia oscure disgrazie. No, la Cassandra di turno non è una iettatrice, una profetessa di sventure, come si sente spesso dire in giro, anche alla televisione e alla radio, da personaggi celebri o da illustri sconosciuti, o come si legge sui giornali e in rete: semmai è una persona in grado di prevedere, prima che si verifichino, conseguenze i cui segnali riesce acutamente a captare, per intuito, per intelligenza, per razionalità, doti che sovente fanno difetto all’essere umano.

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Non mancano tuttavia coloro che conoscono il vero significato della locuzione: ad esempio il direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma e componente del Comitato tecnico scientifico, il dottor Giuseppe Ippolito, il quale, in un’intervista al Corriere della sera, ha espresso gli stessi timori, in merito a una nuova ondata della pandemia, che insieme ai colleghi, come “Cassandre inascoltate”, aveva manifestato già quest’estate. È vero che Cassandra, proprio in quanto tale, è sempre destinata a rimanere inascoltata: ma, al netto della tautologia, almeno qui non le si attribuisce quel becero ruolo di portasfiga che è ormai invalso nell’uso comune.

Insomma, riabilitiamo Cassandra e riconosciamole il merito che ha sempre avuto: quello di vederci meglio degli altri. E soprattutto, cominciamo a prestarle ascolto: filologia e mito a parte, la pandemia non scherza.

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