I  50 anni de la Repubblica, il giornale "programma"

Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari inaugurava un nuovo genere di giornalismo. La mancata attenzione alle trasformazioni sociali. Continua a rappresentare un Paese come dovrebbe essere ma che, purtroppo, non c’è.

I  50 anni de la Repubblica, il giornale "programma"
Eugenio Scalfari e i suoi giornalisti (immagine da 'la Repubblica')
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redazione Modifica articolo

13 Gennaio 2026 - 17.50


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di Giovanni Gozzini*

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*docente di storia della globalizzazione all’Università di Siena

Repubblica compie 50 anni e all’inizio forse nemmeno il suo fondatore ci avrebbe sperato. Perché il quotidiano di Scalfari inaugurava un genere nuovo di giornalismo per il contesto italiano: legato a un programma politico e sociale ben preciso. Si trattava di favorire un incontro tra il PCI e le parti riformiste di DC e PSI, come anche tra il sindacalismo e la borghesia imprenditrice illuminata. Non un giornale-partito come poi sbagliando è stato definito, ma un giornale-programma. Che non usciva il lunedì, per esempio, perché lo sport non faceva parte del progetto

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Sulle notizie e l’informazione prevaleva un senso di missione illuminista e in fondo aristocratico e paternalista: e in questo Repubblica tornava nell’alveo di un carattere di fondo del giornalismo italiano, lo stesso che dettava a Matilde Serao i suoi “mosconi” sul Mattino, quotidiano di Napoli, e insediava Francesco De Sanctis, un letterato, alla guida della Federazione della Stampa. E infatti il punto debole del partito-programma era la mancata attenzione alla trasformazione sociale che già allora, a metà degli anni settanta, era in pieno svolgimento. Salvo eccezioni (che ci sono sempre ma confermano la regola) era (ed è, almeno in qualche misura) difficile trovare sul giornale un’eco della terza Italia dei distretti industriali che crescevano al centro e nel nord-est. 

Era difficile trovare un’eco del mutamento dal di dentro di intere categorie professionali (medici, magistrati, poliziotti) sotto la spinta di un nuovo interesse per valori sociali. Era difficile trovare una lettura della nuova organizzazione del lavoro che il toyotismo giapponese portava in fabbrica. L’interpretazione dell’economia nazionale rimaneva più legata agli occhi di Giuseppe Turani (relazioni fra persone importanti) che non a quelli di Mario Pirani (più tecnico e sociologo). In questo senso Repubblica rispecchiava una mancanza storica della sinistra italiana destinata a durare fino ai nostri giorni: l’incapacità di pensare un programma riformatore saldamente fondato sulla conoscenza dei cambiamenti della base economica e sociale.

Un limite non solo italiano, naturalmente. Non avremmo oggi alla Casa Bianca un presidente ignorante, violento e corrotto se il partito democratico USA non avesse inanellato una girandola di errori (Biden ricandidato a 81 anni, poi ritirato per tirare fuori dal cilindro un coniglio-Kamala fin allora tenuto dietro le quinte) capace di separarlo dalla sua base elettorale. Col tempo Repubblica è cambiata: non solo esce il lunedì ma assolda Gianni Brera. Ma arriva anche Craxi e rompe le uova nel paniere del giornale-programma. L’incontro PCI-borghesia non si realizza, la DC “balena bianca” (altro merito di Repubblica via Giampaolo Pansa) sopravvive e Scalfari deve resistere all’assalto finanziario del figlio di Craxi, Berlusconi. Ci riesce ma da quel momento continua a proclamare il paese che dovrebbe essere e non più a informare su quello che è e sta diventando. In fondo, anche a leggere i corsivi di Michele Serra – forse la sua firma migliore – si avverte questo senso di disperato rimpianto. Che è vero. Ma che non ci aiuta a sloggiare il disadattato dalla Casa Bianca (istruendo per quanto possibile i suoi disadattati elettori) né a costruire quel famoso programma riformatore per l’Italia di oggi.

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