di Lorenzo Lazzeri
Nell’estate del 1995 Page aveva ventidue anni, arriva a Stanford come aspirante dottorando, e la sua guida nel campus era Brin, del secondo anno; lui era un matematico. Page ricorderà sempre di averlo trovato “piuttosto insopportabile”, ammettendo che forse lo era anche lui. Brin conferma scherzando, ma aggiunge: “passavano moltissimo tempo a parlarci, quindi qualcosa c’era”.
La cosa curiosa è che l’idea nasce di notte e non voleva certo essere un motore di ricerca. Page l’ha raccontata nel 2009 alla cerimonia di laurea all’Università del Michigan. A ventitré anni si sveglia di soprassalto in piena notte con una domanda in testa: “e se si potesse scaricare l’intero web conservandone soltanto i link?”.
Passa tutta la notte a buttare giù i dettagli, poi, il mattino dopo dice al relatore, Terry Winograd, che per scaricarlo potrebbero servire un paio di settimane. Winograd annuì consapevolmente, sapendo molto bene che ci sarebbe voluto molto di più tempo, ma abbastanza saggio da non dirglielo.
Il progetto si chiamava BackRub, dai backlink: i collegamenti in entrata, quelli che da altre pagine puntano alla pagina in esame. Da qui PageRank, gioco di parole con il cognome di Page, che applica al web una logica simile a quella delle citazioni scientifiche. Un link verso una pagina è un voto e il voto di una sorgente importante pesa di più. Fino a quel momento i motori di ricerca come hotbot, altavista o excite basavano tutto sul conteggio, ossia la frequenza con cui dei termini apparivano in un luogo e questo sistema poteva essere manipolato facilmente anche inserendo parole nascoste all’interno della pagina.
I dischi più capienti in commercio di allora erano da 4 gigabyte: ne montarono dieci in un contenitore artigianale tenuto insieme da mattoncini Lego, plastica traslucida e nastro da pacchi. Quaranta gigabyte, oggi esposto a Stanford. Per il resto dell’hardware battevano le banchine di scarico del dipartimento, per intercettare computer appena arrivati e prenderli in prestito. Il sistema girava dal 1996 sui server dell’ateneo, con un consumo di banda che diventò un grosso problema per l’università.
Il nome arriva un anno dopo. Secondo la ricostruzione di David Koller, di Stanford, in un brainstorming del 14 settembre 1997 il compagno di stanza Sean Anderson propose googolplex; Page preferì googol. Anderson controllò la disponibilità del dominio e lo digitò per errore: google.com. Era libero e Page lo registrò poche ore dopo.
Ad aprile 1998, alla conferenza mondiale sul web di Brisbane, presentano The Anatomy of a Large-Scale Hypertextual Web Search Engine, su un database di almeno 24 milioni di pagine. Nell’Appendice A argomentano contro la pubblicità come modello di business e l’esempio che portano è memorabile: un concorrente non restituiva il sito di una compagnia aerea a chi ne cercava il nome, perché quella compagnia aveva comprato un annuncio proprio su quella parola.
Nel 1997 e ancora nei primi mesi del 1998 fare gli imprenditori non era la loro prima scelta: volevano cedere la tecnologia in licenza e tornare al dottorato. Ai tempi di BackRub, Page aveva proposto a Excite un accordo intorno a 1,6 milioni: nulla. Un altro episodio, diventato poi il più famoso, riguarda la possibile vendita dell’intera Google. Secondo il racconto fatto anni dopo da Vinod Khosla, partner di Kleiner Perkins, che aveva finanziato Excite, all’inizio del 1999 Page e Brin erano disposti a cedere la società per un milione di dollari. George Bell, allora amministratore delegato di Excite, rifiutò. Khosla li convinse a scendere a 750.000 dollari. Bell disse no un’altra volta.
Agosto 1998. A Palo Alto, sulla veranda del professor David Cheriton, incontrano Andy Bechtolsheim, cofondatore di Sun Microsystems, di mattina presto. Demo veloce. Bechtolsheim ha fretta: invece di discutere tutti i dettagli, “perché non vi faccio direttamente un assegno?”. Prende il libretto in macchina e compila un assegno da centomila dollari intestato a Google Inc. Brin gli fa notare che non hanno ancora un conto in banca. Depositatelo quando ne avrete uno, risponde e riparte con la sua Porsche.
Il 4 settembre la società nasce e l’assegno può essere depositato. Assumono il primo dipendente, Craig Silverstein e il dormitorio non basta: l’ufficio numero uno è il garage di Susan Wojcicki, a Menlo Park, affittato per 1.700 dollari al mese per aiutarla col mutuo. “Mi fecero un piccolo deposito cauzionale”, ha raccontato, “e il giorno dopo si trasferirono”.
Nel 2025 la pubblicità ha portato a Google 294,7 miliardi di dollari, su 402,8 miliardi complessivi di Alphabet. L’Appendice A è ancora lì, nel paper conservato negli archivi di Stanford e di Google Research.
